giovedì 28 giugno 2012

Rete dei Comitati Esodati e Mobilitati

Il COMITATO ESODATI E LAVORATORI PRECOCI d’ITALIA, insieme agli altri Comitati della
Rete dei Comitati Esodati e Mobilitati
a fronte dell'attività del Comitato ristretto della Commissione Lavoro della Camera sulle deroghe alla riforma delle pensioni,che si incontra oggi e la prossima settimana, per discutere di 3 proposte di legge sugli ESODATI, invia il comunicato con oggetto:
ANCHE LA RETE DEI COMITATI AL TAVOLO COI PARLAMENTARI!!!
Contatti:
Claudio Ardizio -      claudio.ardizio@libero.it                 (COMITATO ESODATI E PRECOCI D’ITALIA)     329 4206516
Contatti altri comitati con n di celll : sul comunicato
COMUNICATO AI  PARLAMENTARI e ALLA STAMPA
 ANCHE LA RETE DEI COMITATI AL TAVOLO!!!

Roma, 27 giugno 2012. La Rete dei Comitati di Mobilitati ed Esodati, a valle delle audizioni in Parlamento della Ministro Fornero e dell’impegno personale solenne del Premier Monti per la soluzione del problema dei cosiddetti “esodati” e dopo aver analizzato le informazioni contenute nelle tabelle e nella relazione della stessa Ministro Fornero ritiene che il governo sia lontano dal poter trovare un’equa soluzione, anche perché le tabelle fornite mostrano gravi lacune e contraddizioni, che chiunque può verificare con un’attenta analisi, facendo presumere ancora dati inattendibili e volendo escludere una loro manipolazione.
Nella consapevolezza che il Parlamento sta discutendo una proposta denominata “Damiano” integrata con proposte dell’Italia dei Valori e della Lega Nord, la Rete dei Comitati afferma con forza il proprio diritto di controparte poiché nessuna norma potrà passare in danno di alcuno dei “colpiti” dalla devastante riforma Fornero, oramai disconosciuta in Aula da tutti i Gruppi Parlamentari.
Pertanto, ribadendo la piena responsabilità dei Gruppi Parlamentari che hanno a suo tempo dato voto favorevole a questa riforma, per più aspetti  “illegale”, “iniqua”e “incostituzionale”, ma riconoscendo adesso a tutti i Gruppi Parlamentari, avendolo affermato in Aula, la volontà di eliminare i “mostri” generati,
 RICHIEDE
un confronto diretto dei Parlamentari con la Rete dei nostri Comitati, affinché nessuna legge passi sopra le teste dei soggetti coinvolti.
La base di qualsiasi discorso in merito è che i diritti non possono essere toccati e che il loro ripristino, per via legislativa, non potrà che essere considerato, nella sostanza, come “minor risparmio” ottenuto dalla riforma Fornero e MAI come “nuova spesa”!!
Invitiamo perciò i Capigruppo Parlamentari a incontrarci al più presto per un leale confronto.
  Contatti:
Claudio Ardizio - claudio.ardizio@libero.it  3294206516 (COMITATO ESODATI E PRECOCI D’ITALIA)
 Fanio Giannetto -    mobilitati.roma.napoli@gmail.com                        COMITATO MOBILITATI ROMA E NAPOLI)
Maurizio Vitale -     comitato.mob.milano@gmail.com                         (COMITATO MOBILITATI MILANO)
Alessandro Costa - alessandro.costa@alice.it                                      (COMITATO DIRIGENTI ESODATI)
Luigi Lacchini -       famlac.80@gmail.com                                          (COMITATO MOBILITATI LODI)
Claudio Nigro -      comitato.degli.esodati.bancari@gmail.com            (COMITATO ESODATI BANCARI)
gruppo.esmol@gmail.com                                     (DONNE ESODATE.MOBILITATE.LICENZIATE)
Emilio De Martino - d.emilio@fastwebnet.it                                         (COORDINAMENTO ESODATI ROMANI)

mercoledì 27 giugno 2012

Il Lavoro: esperienze e nuove forme di lotta


Il Lavoro:  esperienze e nuove forme di lotta


Col presidio Jabil/Ex Nokia/Siemens  di Cassina De Pecchi   e Luigi Brambillaschi   stiamo organizzando  un prossimo incontro serale che si terrà questa volta a Inzago  , grazie al patrocinio dell’amministrazione  comunale ,   presso il Centro culturale De Andrè   e la data dovrebbe essere confermata   già  per il 16 luglio .
Il tema in particolare che vorremmo approfondire e con cui  aprire un confronto  è proprio quello  delle  esperienze e  delle nuove forme di lotta” per difendere  la propria fabbrica e il proprio posto di lavoro  perché  come ho potuto riscontrare la forza di queste lavoratrici e di questi lavoratori   è proprio nel non aver abbandonato la fabbrica e il territorio  e questo è il messaggio che urla forte nell’aria  quando si va  a trovarli  e in questo senso molto possono fare le Istituzioni  e le forze politiche del  territorio .

Così come ce lo ha spiegato bene Anna Lisa Minutillo  all’incontro  del 12 giugno scorso  a  Melzo,    quando ci  spiega con  quanta  determinazione  le operaie  della Jabil  costituiscano  una risorsa fondamentale   di questa lotta  e ci racconta di   come lei  e  tutti i colleghi si stiano  prendendo  “cura”  dell’azienda , tenendola pulita  e di come  stiano continuamente pensando  a  soluzioni  diverse  per rilanciare l’azienda  , proprio come  ha fatto l’ Innse   che per loro resta un importante modello  di  riferimento  in tal senso  .   

L’Innse  , un’esperienza di lotta la cui rilevanza va molto oltre i confini geografici e settoriali più immediati che la caratterizzano. Si tratta del caso dello stabilimento Innse, salito più volte all’onore delle cronache , in particolare per l’iniziativa di autogestione avviata dai lavoratori della fabbrica, unica nel suo genere negli anni più recenti, e per i successivi interventi delle forze dell’ordine a sostegno del padrone Silvano Genta. Al di là delle cronache è però tutta la vicenda Innse nel suo complesso che, in particolare in questo momento, è diventata emblematica della posta in gioco a Milano, tra conflitti di lavoro e speculazione edilizia

Parlando  ancora ieri con Roberto Malanca  ,  Responsabile RSU della Jabil /Ex Nokia  si rifletteva  di come sia importante  comunicare   e  confrontarsi  sulle forme di lotta  perché   si possono  evitare  molti errori  a danno dei lavoratori  ,  in quanto  “costituire  un presidio”   e  tenerlo attivo per molto tempo  fino a quando  non si risolve concretamente la vertenza in atto   è qualcosa che si impara dall’esperienza  e  da chi  è riuscito  a mantenere desta l’attenzione  sulla propria  lotta  in maniera  pacifica e determinata  con  quella  competenza e sapienza  , quasi di tipo artigianale,   elementi  importantissimi  di cui essere orgogliosi   e che in effetti  si coglie  nel modo di porsi e di essere  dei nostri  lavoratori  della Jabil  .
Non dimentichiamo  che spesso  il livello di consapevolezza   di queste lotte e in questi presidi  è  molto alto ( es . come la INSSE)   proprio  nel  proporre  la realizzazione  di  nuovi  progetti interni guidati dai lavoratori  e che possono attuarsi con dei finanziamenti  , da parte dei comuni ad esempio,    e inoltre   solo così si  continua a sottolineare  l’importanza   e il  perché la fabbrica  costituisca  un patrimonio  collettivo  e sociale .

La  Jabil/Ex Nokia/Siemens   è  una fabbrica “esempio”  per tutti  noi  ,  alternativa alla logica  “dell’ognuno pensi per se”  e   ci interroga  tutti  e  con   forza  sul fatto  che il territorio non è indipendente dalle fabbriche  e da chi ci lavora .

Stefania Cavallo    27 giugno 2012

Parma- 30 giugno 1° luglio- ALBA IN 2 GIORNI

Parma- 30 giugno 1° luglio
ALBA IN 2 GIORNI
 
 
 

2013, un nuovo inizio – Marco Revelli (Il Manifesto)

Non dimentichiamola troppo in fretta, la lezione greca. Ancora la scorsa domenica mattina il mondo – non solo l’Europa – sembrava appeso al voto di quella decina di milioni di elettori greci chiamati a scegliere tra la vita e la morte. Con i nostri quotidiani “indipendenti”"a spiegarci, senza pudore – producendosi in un falso plateale – che ad Atene si sceglieva tra l’Euro splendente e la miserabile dracma. E la stampa finanziaria a disquisire di computer dei broker globali puntati sul fatidico “sell” che, in caso di vittoria dei “nemici dell’Europa”, avrebbero scatenato l’opzione fine del mondo dando inizio a una tempesta di vendite sui titoli di Stato dei paesi deboli (come il nostro), mentre in caso contrario il “buy” avrebbe polverizzato lo spread… e salvato il mondo! Abbiamo visto persino i virtuosissimi governanti di Berlino tifare scompostamente – alla faccia dell’intransigente etica protestante germanica – per quegli stessi politici di “Nuova democrazia” che appena qualche settimana fa accusavano (a ragione) di aver truccato i conti sul debito greco.
Così fino, grosso modo, alle 23 del 17 giugno. Poi, dalla mezzanotte, tutto è cambiato. Archiviata la vittoria degli amici dell’Europa, l’Europa ha voltato pagina (e spalle), come se nulla fosse stato: lo spread ha continuato a ballare sul filo dell’insostenibilità; la retorica dei compiti a casa è tornata a dominare a Berlino; i rischi per la zona euro hanno continuato a caratterizzare le esternazioni degli eurocrati di Bruxelles, i favori alla Grecia virtuosa sono passati in cavalleria.
Mentre i mercati, semplicemente, con un colpo di pinna e un nuovo arrotar di denti, spostavano un po’ più a ovest il tiro, mettendo nel mirino le banche di Madrid e, di rimbalzo, i conti di Roma… Non gli basta mai, verrebbe da dire… La distruzione distruttrice dei mercati (Schumpeter è lontano, quasi quanto Keynes), unita al default della politica su scala globale, procede su un piano inclinato in cui non sono previsti punti di rimbalzo. Non c’è decisione di popoli o di governi che tenga: indifferente a tutto, la trasformazione per via finanziaria di tutto ciò che è solido in materia gassosa (in ricchezza astratta) procede, inarrestabile, lasciando dietro di sé – come l’angelus novus di Benjamin – un panorama di macerie. I greci, alla fine, col loro voto ossequiente, si sono guadagnati un altro anno di vita da spendere al lavoro (e a svenarsi) per pagare ai propri creditori internazionali – in primis alle banche globali che hanno rischiato sul loro debito – interessi a due cifre, esattamente come le pecore di Trasimaco, allevate dai propri pastori per esser tosate ad ogni stagione, prima di farne carne per i banchetti rituali.
Tutto questo l’abbiamo capito già lunedì scorso. Ma non è l’unica scoperta (o conferma) del dopo-voto greco. Tra le pieghe della trattativa in punta di fioretto di questa densissima settimana – soprattutto dallo scambio di messaggi (più o meno subliminali) sulla proposta dei mini eurobond avanzata da Monti – abbiamo imparato per esempio un’altra verità sulla vera natura delle istituzioni finanziarie internazionali, e sul modo in cui i loro stessi fautori e supporters le percepiscono. Ce la rivela la tenace resistenza. opposta da tutti i governanti coinvolti, ad accettare formalmente gli aiuti del Fondo Salva-Stati. O a concepire soluzioni che facciano scattare il meccanismo che pone i beneficiati sotto il controllo della cosiddetta Troika. Che cosa significano i lampi di terrore che s’intuiscono dietro gli occhiali del nostro presidente dei consiglio, il vade retro satana stampato sul volto di Rajoy, se non il fatto che, nello stesso cuore della governance europea, le ricette dell’inevitabile Memorandum che seguirebbe all’aiuto sono considerate mortali. Sanno benissimo, evidentemente, che quelle condizioni – le stesse, appunto, che in meno di un biennio hanno condotto la Grecia sull’orlo del medioevo, e che continuano a figurare nei manuali del Fondo monetario internazionale e della Bce – portano alla morte sociale i Paesi che sono costretti a sottomettervisi. Sono consapevoli – pur avendo contribuito a fissarne i codici di comportamento e pur aderendovi ideologicamente – che la Troika – come le Gorgoni del mito – trasforma in pietra chi ha la sventura di doverla guardare negli occhi…
La verità, sempre più evidente a tutti, e tuttavia non detta da quasi nessuno, è che dentro quel paradigma – dentro il paradigma che domina a Francoforte e a Bruxelles e che non trova oppositori significativi in quasi nessun parlamento nazionale – non c’è soluzione possibile. La crisi può essere protratta, dilazionata, controllata temporaneamente, ma non risolta. «Ad Kalendas graecas soluturos» dice Svetonio che fosse solito ripetere l’imperatore Augusto… – «i debiti saranno saldati alle Calende greche» – per indicare una dilazione all’infinito, dal momento che i greci non possedevano il concetto romano delle Calende (il primo giorno del mese, quello in cui si era soliti onorare le promesse). Lo stesso vale per la promessa europea della ripresa dopo il purgatorio del rigore. Dentro questo modello – che orienta la metafisica influente dell’establishment politico e finanziario europeo – la soluzione verrà… alle Calende Greche. O, per dirla nella lingua della Merkel, «Zu dem juden Weihnachten»: al «Natale ebraico».
Di questo, sono convinto, ci si dovrebbe preoccupare in primo luogo quando si ragiona sul nostro 2013, se si vuole collocare il problema politico del nostro Paese nella sua dimensione effettiva (che è alta, da «grande politica», direbbe Tronti), e se vogliamo sottrarci al provincialismo un po’ umiliante dell’attuale dibattito sulle primarie (di partito o di coalizione o di programma, con la foto di Vasto strappata o rappezzata, con Renzi o senza Renzi, e via degradando…): della necessità di “pensare” un paradigma alternativo a quello che domina oggi in modo totalitario – con il totalitarismo finanziario che caratterizza l’epoca – l’orizzonte europeo. Non l’alternativa triviale tra stare dentro o uscire dall’Europa – che è il modo con cui i nuovi totalitari ci impongono la loro immagine del mondo come l’unica concepibile – ma in quale Europa vogliamo stare. E del come difendere il modello sociale europeo – l’unico miracolo, in fondo, ascrivibile al nostro continente dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale – dalla devastazione che i governanti europei ne hanno prodotto nell’ultimo biennio. E neppure – voglio aggiungere – l’alternativa misera tra la difesa dell’Euro o il ritorno alla moneta nazionale (lasciamola a Berlusconi…), ma al contrario in quale moneta europea stare, come renderla compatibile con la difesa del sistema di garanzie sociali congruenti con un’idea accettabile di società giusta, come ripensarla, dal momento che questo euro (che non è l’unico euro concepibile) non funziona.
Questo significa, non c’è dubbio, porsi fuori dal quadro di compatibilità che costituisce il dogma dell’Europa attuale (e della politica italiana prevalente). Rompere con la logica dei Memorandum, effettivi o minacciati. Anzi, porre la rottura di quella logica (e la sua ri-negoziazione collettiva, in solido con un fronte ampio di paesi) come discriminante irrinunciabile per qualsiasi progettualità condivisa e per qualsiasi politica delle alleanze. Su questo non sono più possibili illusioni: se neppure il professor Mario Monti, che è uno di loro, che ne gode della fiducia come solo tra sodali è possibile, e che ne conosce ogni piega del carattere, ogni dettaglio del linguaggio, non è riuscito finora a spostare neppure di un millimetro l’intransigenza tetragona dei campioni della tripla A, da Angela Merkel a Olli Rehn, questo significa che i margini di manovra stanno a zero, o quasi. Che se anche in un qualche vertice europeo si riuscisse a strappare qualche punto a nostro vantaggio, questo ci consentirebbe tutt’al più una dilazione, ma non una soluzione. E che se si vuole sperare di uscirne vivi, bisogna pensare, rapidamente, in termini culturali in primo luogo, e nella sua articolazione politica, un paradigma alternativo che non si esaurisca nella finanza ma coinvolga una visione ampia e altra.
Qui non si tratta di primarie. Si tratta di strategia (ed eventualmente di tattica). Come e con chi (e a quali condizioni) avviare un processo costituente che abbia il peso e la consistenza dell’alternativa allo stato di cose presente. Quando Syriza avviò il proprio percorso verso la sfida elettorale, non si presentò alle primarie con il Pasok e Nuova democrazia. Tracciò una linea netta con la parte corrotta del quadro politico e con i segmenti falliti dello stesso passato dell’intera sinistra greca (compreso il proprio). Pensò, davvero, a un nuovo inizio.
Il nostro 2013 sarà, inevitabilmente un nuovo inizio – se non altro perché i tecnici scadono dal loro mandato. Tanto vale prenderlo sul serio, e lavorare fin da ora al programma di una progettualità politica che sia davvero, e senza mascheramenti, nuova. Nei contenuti, nelle alleanze, ma anche nelle forme, nel modo di interpretare la propria vocazione politica, e la natura della rappresentanza. Alba incomincerà questa riflessione il prossimo fine settimana a Parma, sapendo che non c’è tempo da perdere. Che almeno l’avvio di questo processo non può essere rinviato… alle Calende greche.
 
 
 

L’assemblea di alba. Lavoro e stato sociale, contro il governo Monti – Alberto Lucarelli (Il Manifesto)

L’assemblea programmatica di Alba (Alleanza Lavoro, Beni comuni, Ambiente) in programma sabato 30 e domenica 1 luglio al Teatro Due di Parma, rappresenta un momento importante per la costruzione di un un’alternativa reale all’attuale sistema politico, al fine di uscire dalla crisi economica e democratica e di porsi in netta e chiara contrapposizione al liberismo politico, economico e sociale di Monti. In tal senso la scelta della città emiliana è significativa in quanto luogo-simbolo del crollo del sistema dei partiti e delle loro alleanze, con la necessità di costruire nuove forme e contenuti per ritrovare la passione della Politica.
L’affermazione della sinistra anti-liberista in Grecia e del Front de gauche alle presidenziali francesi indicano l’esigenza, in contrasto con il memorandum imposto dalla Troika europea, di riportare al centro del dibattito politico i temi del lavoro e dello Stato sociale. La crescita dei consensi a Syriza è un segnale importante per i governi europei, che hanno sacrificato sull’altare della crisi le garanzie del lavoro e la tutela dello Stato sociale. Come ci indica anche il voto francese, la coesione europea deve ripartire dai territori, dai beni comuni e da una politica inclusiva dei diritti di cittadinanza per il rilancio di un’Europa basata sul lavoro, sulla solidarietà e sulla giustizia sociale.
Per questa ragione a Parma sarà centrale il confronto sullo Statuto di Alba, un percorso iniziato il 28 aprile a Firenze e proseguito con assemblee in tutti i nodi territoriali italiani. Lo Statuto è il naturale sviluppo del Manifesto per il soggetto politico nuovo, che ha alimentato il dialogo tra chi, singoli e movimenti, si riconosceva nei suoi punti fondativi. Con l’assemblea programmatica vogliamo dare forma ad un’idea, realmente democratica e inclusiva, di organizzazione, di relazioni e di funzioni, iscrivendole in un quadro di principi e valori di riferimento. Alba, ponendo al centro del proprio percorso il senso della partecipazione democratica, intende dare piena attuazione ai principi costituzionali, coordinare e contribuire a organizzare lo sforzo di quanti partecipano alle vertenze politiche dai comitati, dai movimenti, dal più piccolo dei Comuni sino all’Ue. Per questa ragione Alba vuole, attraverso un’azione politica responsabile, fronteggiare e rovesciare i processi in atto di distruzione dei diritti del lavoro, di privatizzazione e distruzione dei beni comuni e di aggressione alle risorse ambientali, rilanciando i temi dei referendum del 12 e 13 giugno 2011, reagendo alla “violenza normativa” del governo Monti, lottando per un’altra Europa libera dallo scacallaggio posto in essere dal Fiscal Compact. Nell’agenda di Alba, inoltre, anche la proposta di una legge popolare che salvi il patrimonio pubblico dalla vendita forzata e dagli illegittimi processi di sdemanializzazione.
Alba, valorizzando il metodo democratico prescritto dalla Costituzione per contrastare una tecnocrazia affidata a oligarchie ristrette, che da anni espropria le prerogative della sovranità popolare, punta all’affermazione di una nuova classe dirigente capace, meritevole e disinteressata al tornaconto personale. Una trasformazione che sia in grado di ridare rappresentatività politica ai temi del lavoro, della tutela dell’ambiente, della parità di genere e dei diritti sociali.
Ne parleremo a Parma, condividendo una nuova pratica della democrazia e del confronto con tutte le forze antiliberiste, come strumento di rinnovamento della società e dell’economia, per ritrovare una dimensione politica, per costruire una nuova egemonia insieme a tutte le altre forze politiche e sociali che sollecitano l’urgenza di un cambiamento radicale

lunedì 25 giugno 2012

Luciano Gallino - CREARE DIRETTAMENTE UN MILIONE DI POSTI DI LAVORO

Creare direttamente un milione di posti di lavoro
Alleanza per il Lavoro, Beni comuni, Ambiente
1)Istituire un’Agenzia per l’occupazione simile alla Works Progress Administration del New Deal americano (works = opere pubbliche). L’Agenzia stabilisce i criteri di assunzione, il numero delle persone da assumere, il livello della retribuzione, i settori cui assegnarle. Le assunzioni vengono però effettuate e gestite unicamente su scala locale, da comuni, regioni, enti del volontariato, servizi del lavoro, ecc.
2)Per cominciare si dovrebbe puntare ad assumere rapidamente almeno un milione di persone. Poiché tale numero è inferiore a quello dei disoccupati e dei precari, occorre stabilire inizialmente dei requisiti in cui i candidati dovrebbero rientrare. Un requisito ovvio potrebbe essere l’età: p. e. 16-30 anni, oltre ovviamente alla condizione di disoccupato o precario.
3)L’Agenzia offre un lavoro a chiunque, in possesso dei requisiti richiamati sopra, lo richieda e sia in grado di lavorare.
4)Le persone assunte dall’Agenzia dovrebbero venire impiegate unicamente in progetti di pubblica utilità
5)Finanziamento. Nell’ipotesi che ogni nuovo occupato costi 25.000 euro, per crearne un milione occorrono 25 miliardi l’anno (la maggior parte dei quali rientrebbero immediatamente nel circuito dell’economia). Si può pensare a una molteplicità di fonti: fondi europei; cassa depositi e prestiti; una patrimoniale di scopo dell’1% sui patrimoni finanziari superiori a 200.000 euro (la applica la Svizzera da almeno mezzo secolo); obbligazioni mirate. Andrebbero altresì considerate altre fonti. Ad esempio, si potrebbe offrire a cassaintegrati di lunga durata la possibilità di scegliere liberamente se lavorare a 1000-1200 euro al mese piuttosto che stare a casa a 750, a condizione che sia conservato il posto di lavoro (è possibile, con l’istituto del distacco). Qualcosa del genere andrebbe considerato per chi riceve un sussidio di disoccupazione. In questi casi l’onere per il bilancio pubblico (includendo in questo l’Inps) scenderebbe di due terzi. Infine va tenuto conto che molte imprese sarebbero interessate a utilizzare lavoratori pagando, per dire, soltanto un terzo del loro costo totale.
A.L.B.A- soggetto politico nuovo-
Luciano Gallino
CREARE DIRETTAMENTE UN MILIONE DI POSTI DI LAVORO
Sgravi fiscali, investimenti in grandi opere, incentivi alle imprese perché assumano, sono poco o punto efficaci per creare rapidamente occupazione. Occorre che lo stato operi come datore di lavoro di ultima istanza, assumendo direttamente il maggior numero di persone.
La proposta:
diffusi sul territorio e ad alta intensità di lavoro. (Le grandi opere non presentano né l’una né l’altra caratteristica). Progetti del genere potrebbero essere: la messa in sicurezza di edifici scolastici (oggi il 50% non lo sono); il risanamento idrogeologico di aree particolarmente dissestate; la ristrutturazione degli ospedali (nel 70% dei casi la loro struttura non è adeguata per i modelli di cura e di intervento oggi prevalenti). Per attuare progetti del genere sarebbero richieste ogni sorta di figure professionali.
(28/4/2012)

Basic income: una opportunità di scelta per le donneMaria Grazia Campari (da www.womenews.net) – A.L.B.A-

Basic income: una opportunità di scelta per le donne –
Alleanza per il Lavoro, Beni comuni, Ambiente
A.L.B.A- soggetto politico nuovo-
Maria Grazia Campari (da
www.womenews.net)
Il basic income costituisce una garanzia sociale capace di districare il legame fra lavoro e guadagno, contribuendo alla modifica di una società imperniata su un bene fortemente sbilanciato e attualmente ridotto al lumicino, il lavoro.
La schiavitù che impedisce il pensiero su sé e sul mondo, oggetto di sperimentazione e di studio di Simone Weil, tipico prodotto dell’imperio fordista, l’ho vista attraverso l’esperienza di persone a me vicine per motivi professionali e politici.
Nonostante tutti i nostri sforzi l’ho vista estendersi ampiamente, quasi senza speranza di soluzione di continuità: ha afferrato direttamente le vite, non più come onda d’urto che si propaga, ma come urto che schiaccia direttamente.
Ecco il motivo, forse fondamentale, per cui apprezzo il basic income: come fattore di "redistribuzione della dignità" (M.R. Marella). Lo considero, infatti, come molti, una misura di dignità esistenziale – universale e incondizionata- applicabile a tutti gli esseri umani comunque sessuati.
Per le donne, tuttavia, esso presenta aspetti di interesse e problematicità che merita interrogare. Prima di tutto, perché occuparsene ora negli incontri dell’AGORA’ milanese?
Da alcuni giorni è iniziata una campagna europea per una proposta di direttiva della Commissione che vincoli gli Stati membri a introdurre la garanzia del basic income.
È l’ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei) prevista dall’art. 11 del Trattato Costituzionale europeo, vigente dal 1 dicembre 2009, ma dotato di regolamento ad hoc solo dallo scorso mese di aprile, che necessita della raccolta di un milione di firme in almeno 7 Stati (coinvolti attualmente sono 14 fra cui l’Italia).
Considero importante aderire per molteplici ragioni che fanno riferimento a valori e principi fondamentali della nostra civiltà giuridica, oggi largamente disattesi. Nel Titolo sui rapporti economici, all’art. 38, la Costituzione repubblicana prevede il diritto al mantenimento e all’assistenza sociale per i cittadini in difficoltà, diritto che va coniugato con il principio fondamentale dell’art. 3 Cost. che garantisce la partecipazione di tutti, in quanto dotati di pari dignità, all’organizzazione politica e sociale e, a tal fine, impegna la Repubblica alla rimozione degli ostacoli economici.
Anche la Carta di Nizza (ora Trattato costituzionale) all’art. 34 impegna l’Europa ad assicurare a ogni cittadino una esistenza dignitosa. Come rileva Rodotà (La Repubblica 12.5.2012) si tratta di indicazioni giuridicamente vincolanti, scomparse dalla discussione pubblica ingolfata nel riduzionismo economico.
Indicazioni che hanno eco a livello planetario nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 (art. 45) che prevede per chiunque un "tenore di vita sufficiente a garantire salute e benessere" e nel Patto Internazionale sui diritti economici e sociali approvato dall’ONU nel 1976 (art. 11).
Sollecitazioni a introdurre misure di basic income sono state fatte agli Stati membri dell’Unione europea dal Consiglio d’Europa nel 1992, dalla Commissione nel 2008, dal Parlamento nel 2011, tanto che solo Italia, Grecia e Ungheria ne sono attualmente prive. La misura proposta a livello europeo è pari al 60% di uno stipendio medio, ma essa, per ora, differisce da Stato a Stato, là dove applicata.
Si evidenzia subito un motivo di apprezzamento per lo strumento basic income: il tentativo di perseguire collettivamente un modello di Europa sociale, in contrasto con il modello finanziario di
 
Europa dei banchieri, oggi in auge.
Il fatto, poi, che lo si voglia incondizionato e universalistico determina la possibilità di creare alleanze trasversali intergenerazionali, in opposizione alla frantumazione imposta dall’attuale modello di sviluppo che unifica i mercati e frantuma le esistenze.
Un rifiuto, collettivamente espresso, alla precarietà dei giovani e all’impoverimento inesorabile dei meno giovani. (v. binitalia.org anche in alfabeta2 aprile 2012). Una ricerca di eguaglianza nella pari dignità di ogni essere umano cui deve essere garantito un tenore di vita dignitoso. Alcuni aspetti dell’istituto lo rendono favorevole alle donne.
Esso è garantito ai singoli e non alle famiglie, riguarda gli esseri umani comunque sessuati e non i nuclei di convivenza tuttora a stretta egemonia maschile, ove il marito dispone normalmente di tutti i beni in virtù del suo sesso.
Suppone che ognuna/o sia titolare di un pari diritto esistenziale, indipendentemente dalla collocazione famigliare e sociale (C: Pateman "Democrazia, diritti umani e basic income nell’era globale").
Al ristabilimento di un equilibrio sociale penserà la tassazione fortemente progressiva sui cespiti comunque acquisiti, già prevista dall’inattuato ma vigente (quindi sempre attuabile) art. 53 della Costituzione repubblicana.
È favorevole alle donne perché esse sono maggiormente disoccupate, inoccupate, sotto qualificate e sottopagate anche se dotate di laurea e di master, quando presenti nel mercato del lavoro.
È favorevole alla acquisizione di un autentico diritto di cittadinanza che non esiste per chi non abbia assicurata l’indipendenza economica, indipendenza per le donne assai problematica, allo stato.
Alla obiezione che il basic income rafforzi la tendenza femminile a lavorare per la famiglia, molte femministe rispondono che può essere così nel breve periodo finchè prevalgono stereotipi culturali tradizionali, perché i cambiamenti destano timore. Ma nel medio o lungo termine una modesta indipendenza economica rende il lavoro per il mercato una scelta autentica e determina un cambiamento di cultura.
Le donne possono considerarsi cittadine a pieno titolo anche perché viene detronizzato il lavoro per il mercato che cessa di essere l’unica cosa che conta ai fini della piena cittadinanza. (C.Pateman "Freedom and democracy")
Questo concetto risuona anche alle nostre orecchie di italiane, basta considerare gli art. 1 e 37 della Costituzione repubblicana: un trono al lavoro maschile, uno sgabello a quello femminile.
In altre parole, il basic income costituisce una garanzia sociale capace di districare il legame fra lavoro e guadagno, contribuendo alla modifica di una società imperniata su un bene fortemente sbilanciato e attualmente ridotto al lumicino, il lavoro.
Nota Kaori Katana ("Basic Income and Feminist Citizenship") che occorre chiarire un equivoco: il basic income non è un salario al lavoro domestico perché non ripaga il lavoro famigliare ma è universale e incondizionato, viene corrisposto a tutti senza considerare minimamente lo svolgimento di lavori di cura. Invece che confinare le donne nella sfera privata, potrebbe avere un effetto di trasformazione relativizzando la divisione sessuale del lavoro e, attraverso la desacralizzazione del lavoro per il mercato, costituire un incentivo per gli uomini a condividere più equamente il lavoro in famiglia prendendosi cura di se medesimi e degli altri.
Nelle giovani generazioni, l’attenuarsi, per ragioni culturali, del modello androcentrico mostra la possibilità di compiere passi avanti in tal senso, la de-mercificazione insita nel basic income fornisce ulteriori opportunità.
12|06|12

A.L.B.A- soggetto politico nuovo-Materiali di riflessione per discussione programmatica

A.L.B.A- soggetto politico nuovo-
Alleanza per il Lavoro, Beni comuni, Ambiente
Materiali di riflessione per discussione programmatica
SCHEMA PROPOSTE FIOM AVANZATE IL 9 giugno ’12
1.Legge sulla rappresentanza sindacale. L'unità sindacale sarebbe una buona cosa, ma quando non c'è - come oggi - i lavoratori debbono avere il diritto di scegliersi il sindacato e soprattutto di votare accordi e contratti che poi loro saranno chiamati a rispettare. Il rischio, altrimenti, è che le aziende si scelgano o si facciano il loro sindacato finto.
2.Cancellazione dell'art. 8. La «manovra d'agosto» di Berlusconi-Sacconi ha inserito una bomba a tempo nelle relazioni industriali, con questo articolo che consente agli accordi aziendali - firmati magari da sindacati di comodo - di andare «in deroga ai contratti e alle leggi». Anti-costituzionale, ma conservata da Monti.
3.No a questa riforma del mercato del lavoro. L'art. 18 è stato svuotato completamente, togliendo la possibilità reale del reintegro (al contrario di quanto sostengono sia il Pd che Susanna Camusso, ndr). Va ripristinato nella sua forma originaria ed esteso, perché da questo dipende il diritto del singolo lavoratore di poter aprire bocca e di fare il delegato senza timori. Va ridotto drasticamente il lavoro precario; introdurre il principio che a parità di lavoro e mansione ci deve essere parità di salrio e diritti.
4.Ammortizzatori sociali. Vanno estesi, non ridotti (come sta facendo il Parlamento); le risorse vanno trovate facendo pagare il contributo anche a quelle categorie economiche che oggi non hanno la cig, ecc. Reddito di cittadinanza. Un principio europeo che il nostro paese non ha mai reso attivo, che può garantire il diritto allo studio e ridurre il ricatto sul salario.
5.Pensioni. I lavori non sono tutti uguali; stare in fonderia o in corsia non è come fare il prof. universitario. Va riconosciuto il peso che hanno sulle aspettative di vita, altrimenti è una tassa sulla vita. Il «metodo contributivo» non può esser l'unico; già con Prodi si era fissato il criterio (non rispettato) di portare l'assegno pensionistico minimo almeno al 60% del salario di categoria. I soldi dei fondi pensione andrebbero investiti solo per rilanciare l'economia interna.
6.Fisco. Patrimoniale, progressività delle imposte, tassazione delle rendite finanziarie, combattere la criminalità nell'economia.
7.Occupazione. Ridurre l'orario di lavoro (come in Germania) per non perdere competenze.
8.Nuovo modello di sviluppo. Cosa, come, per chi produrre, e in modo ambientalmente sostenibile. Politica industriale. Non se ne parla più. Ma Finmeccanica (pubblica) vuol tenere solo la produzione militare e dar via tutto il civile avanzato (treni, nucleare, ecc). Riforma della scuola. Garantire parità di condizioni di partenza per aumentare la «mobilità sociale».
9.Europa. Dopo 20 anni, il sistema rischia di esplodere. Servono regole per la finanza, intervento pubblico: No al pareggio di bilancio in Costituzione.

LAVORO – LAVORI A.L.B.A- Suggestioni di Nicoletta Pirotta

LAVORO – LAVORI
Alleanza per il Lavoro, Beni comuni, Ambiente
A.L.B.A- soggetto politico nuovo-
Suggestioni di Nicoletta Pirotta
A) Il processo di globalizzazione neoliberista che ha fornito i necessari fondamenti teorici alle scelte economiche e politiche degli ultimi trent’anni
Le interpretazioni sul modello neoliberista, il dibattito sulla crisi attuale e sui suoi possibili esiti agiscono però una rimozione perché trascurano di considerare la struttura sociale di genere (
Al contrario se si osservano i processi anche da un’ottica di genere si coglierebbe molti più aspetti utili a spiegare non solo i processi avvenuti nella fase neoliberista ma anche quelli che agiscono nella crisi attuali.
Ne propongo alcuni:
 
di lavoro storicamente prerogativa delle donne (part-time, flessibilità, precarietà, bassi salari) è stato una delle caratteristiche strutturali del modello neo-liberista.
    B) La crisi del sistema neoliberista sta producendo una drastica riduzione dei posti di lavoro salariato (licenziamenti, ristrutturazioni, delocalizzazioni, chiusure di aziende) ed un aumento esponenziale del lavoro gratuito di riproduzione sociale determinato dal fatto che , dentro la crisi, i vincoli di Maastricht e la follia del pareggio di bilancio (che l’Europa chiede di mettere in Costituzione) hanno consentito gli Stati un ulteriore draconiano taglio dei sistemi pubblici dei servizi alla persona. Se proviamo a dare una prima, parzialissima forse addirittura azzardata, lettura della crisi utilizzando la categoria di "genere" possiamo intravedere alcune possibili tendenze:
    i licenziamenti femminili ( a volta "di massa" come nel caso delle lavoratrici dell’OMSA o potenzialmente di "massa" come per le fabbriche dell’indotto FIAT che producono tappezzeria per autoveicoli) tornano ad essere giustificati dal fatto che una donna può comunque tenersi occupata grazie al lavoro domestico (sic!) ;
     
    Dentro un simile contesto servirebbe costruire una soggettività sociale e politica nuova in grado di sovvertire e non accompagnare i processi in atto, agendo i conflitti necessari e non accontentandosi di restare all’interno delle compatibilità date.
    Se questa è la prospettiva propongo alcuni nodi su cui riflettere:
    si è fondato sulla costruzione del "mercato globale" caratterizzato dalla frammentazione dei luoghi di lavoro e delle filiere produttive, dal raddoppio della forza lavoro (in particolare femminile), dalla precarizzazione del lavoro , dalla forte competizione intercapitalista con il conseguente dumping sociale, dalla finanziarizzazione dell’economia, dallo svuotamento dei diritti al e del lavoro e dalla decostruzione dei sistemi pubblici di protezione sociale.inteso sia come " elemento costitutivo dei rapporti sociali fondato sulle differenze percepibili fra donne e uomini sia come primordiale modalità di significare i rapporti di potere" secondo la definizione che ne diede, nel 1980, la torica americana Joan Wallach Scott) e quindi le persistenti diseguaglianze tra donne e uomini generate dall’intreccio dei due sistemi di potere dominanti : il patriarcato e il capitalismo.
     
    Questo processo di femminilizzazione del lavoro che deve essere inteso sia come aumento quantitativo di manodopera femminile sia come generalizzazione delle condizioni
    L’occupazione in italia fra il 1970 e il 2009 aumenta di quasi 5 milioni (da 19 milioni a 24 milioni circa) (vedi "Aspetti delle trasformazioni del lavoro nel caso italiano" di Elio Montanari e Osvaldo Squassina,) Il settore dove l’aumento è esponenziale è quello dei servizi (+152,2%). La connotazione dell’aumento non è solo settoriale ma riguarda anche le posizioni professionali sia dipendenti che indipendenti. Le/ i dipendenti sono aumentate/i significativamente (nel 1970 circa 14 milioni , il 71% del totale, nel 2009 circa 19 milioni, il 76,6% del totale) Quindi secondo i dati di Montanari/Squassina l’occupazione negli ultimi 40 anni è aumentata in modo molto significativo e questo aumento ha riguardato soprattutto le lavoratrici e i lavoratori dipendenti in particolare nel settore dei servizi. Se si desse un corpo all’astrattezza delle cifre si scoprirebbe che l’aumento occupazione ha riguardato soprattutto le donne. In ogni parte del mondo l’ occupazione femminile è aumentata progressivamente e in modo consistente, (anche se non sufficiente a colmare il gap presistente così come dimostra il rapporto della "Commissione Europea sulla parità" secondo il quale l’occupazione femminile in Europa sta ancora, al di sotto del 15% rispetto a quella maschile ). Il Rapporto dell’Osservatorio internazionale sul lavoro (Ilo) indica che il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro è aumentato dal 50,2 al 51,7% fra il 1980 e il 2008 (+1,5%), mentre il tasso maschile è diminuito passando dall’82 al 77,7%. Di conseguenza, il divario di genere nei tassi di partecipazione alla forza lavoro è sceso da 32 a 26 punti percentuali. Gli incrementi nella partecipazione femminile si sono registrati pressoché in tutte le regioni del mondo, in particolare in America Latina. Anche in Italia l’occupazione femminile è aumentata, nonostante secondo recenti dati ISTAT una solo il 46,3% delle donne lavora, a fronte del 66% della Germania e del 60% della Francia o del 71,5% dei Paesi Bassi. Nell’arco di un decennio l’incremento della partecipazione delle donne alla forza lavoro è di 2,4 milioni di unità pari all’11,8%, doppio in valore assoluto rispetto a quello maschile e triplo in percentuale.Da questo punto di vista possiamo dire che l’aumento di manodopera femminile è stato utilizzato come strumento di precarizzazione complessiva dei rapporti di lavoro ( non a caso è stata prima di tutto la forza di lavoro femminile ad essere investita dalle molteplici "moderne" forme di precarietà occupazionale: dall’assunzione a tempo determinato, al lavoro a domicilio e in affitto, al telelavoro...). L’aumento di manodopera femminile non ha per nulla scalfito antiche disuguaglianze. Le donne continuano ad essere meno pagate degli uomini, svolgono mansioni perlopiù esecutive, difficilmente sono inserite nelle èquipe dirigenziali ( in Europa, per esempio, a parità di prestazione lavorativa i salari delle donne sono inferiori di oltre il 15% rispetto a quelli maschili e solo il 32% delle donne sono manager nonostante abbiano occupato il 75% dei nuovi impieghi creati negli ultimi 5 anni). In larga misura ciò è dovuto al fatto che l’intensità della competizione globalizzata ha privilegiato soggetti privi di altre preoccupazioni se non quelle legate alla carriera, che non partoriscono e che possono permettersi il lusso di non prendersi cura nemmeno di loro stessi perché qualcun’altra lo fa per loro.Come tutti i fenomeni complessi la femminilizzazione del lavoro è stato un fenomeno contraddittorio, perché insieme ad elementi di precarizzazione consente, produce e diffonde una migliore "coscienza di genere", che ha una positiva ricaduta sull’auto-percezione delle donne. La femminilizzazione cioè ha consentito e consente di rompere, in particolare al sud del mondo, antiche segregazioni, scardinare dipendenze totali, attivizzare sul piano sindacale, sociale e politico moltissime donne e mettere in crisi le strutture più soffocanti del patriarcato;.
  1. Se si analizzano i dati utilizzando lo sguardo di genere e di classe si colgono, ulteriori, sostanziosi intrecci : in Europa, nella fascia 20/49 anni la percentuale delle donne che lavorano scende dal 75,4% al 61,1% nel caso di donne con figli. Le donne con bambini quindi lavorano meno (-11,5 punti percentuali) di quelle che non ne hanno, mentre gli uomini che sono padri lavorano più di quelli che non lo sono (+6,8 punti). Le donne che svolgono un lavoro part - time hanno figli nel 23% dei casi contro il 15,9% di quelle che non ne hanno;
     
    con le due manovre finanziare del 2011 le risorse a disposizione del sistema delle autonomie locali, (comuni, province, regioni) tra il 2011 e il 2014 verranno tagliate per più di 40 miliardi di euro. Se ai tagli si aggiungono il rispetto del trattato di Maastrick e la follia del pareggio di bilanxcio (messo addirittura in Costituzione) sarà molto probabile assistere ad un aumento esponenziale dei lavori di riproduzione sociale (e domestica) che finiranno per essere garantiti solo grazie al lavoro gratuito delle donne;
    la crisi potrebbe produrre scenari ancora più destrutturanti rispetto al modello del sistema pubblico dei servizi che avevamo conosciuto. Il taglio netto alle risorse destinate al sistema pubblico (nella misura prima descritta); i pesanti licenziamenti dovuti alla crisi che riducono ulteriormente la base materiale ( cioè il lavoro garantito) su cui si è poggiato il sistema pubblico dei servizi; il superamento del modello di salario complessivo che fa sì che pagare le tasse non serve più ad ottenere dei servizi pubblici (sanità, scuola, assistenza sociale, … ma quasi esclusivamente a contenere/sanare il debito pubblico; la difficoltà di tenuta della stessa logica sussidiaria a causa del costante affievolirsi del finanziamento pubblico costringono a mettere in discussione categorie di pensiero fondate su un modello economico , produttivo e sociale che non esiste più per ripensare uno Stato Sociale che sappia continuare a riconoscere bisogni, attivare risorse, garantire diritti.
    a)
    tenere insieme il soggetto e l’oggetto cioè, in questo caso , smettere di parlare di "lavoro" in astratto per considerare le donne e gli uomini che lavorano, i loro diritti, le loro aspirazioni, le loro fatiche, i loro sentimenti per domandarsi: cosa intendiamo per lavoro oggi? Che senso ha il lavoro nella crisi globale? Com'è cambiato il senso del lavoro? Come possiamo pensare il lavoro salariato in una prospettiva ecologica e di cura che si ponga l’obiettivo della trasformazione della società? In che modo è possibile scardinare la separazione tra il lavoro produttivo e il lavoro domestico per provare a ricomporre il lavoro considerandola un’attività umana in grado di promuovere benessere collettivo in una dimensione non alienata perché sottratta sia alla logica del profitto sia all’espropriazione del tempo per sé, operate da un genere e da una classe?
    b)
    risignificare il principio di "eguaglianza" partendo dall’idea che essa non è una norma ( le "pari opportunità" per intenderci) ma un vero e proprio processo (che "promuove pensiero", "costruisce soggettività collettive" e "pratica politica") da riempire di quel carattere conflittuale che gli ha consentito di animare le lotte delle donne ed anche degli uomini in ogni parte del mondo?
    c)
    riaffermare un "universalismo" dei diritti che non dimentichi o rimuova il/i genere/i. e contenga le contraddizioni, materiali e simboliche, fra l’eguale ed il diverso, fra l’uno ed il multiplo.
     
    secondo un’indagine di Isfol curata da Marco Centra e pubblicato nel 2010, il 40,8% delle donne che hanno lasciato l’attività lavorativa dichiara di averlo fatto per prendersi cura dei figli, dedicarsi esclusivamente alla famiglia, accudire persone non autosufficienti;
    nella sua relazione agli Stati Generali sul lavoro delle donne in Italia, organizzata dal CNEL nel febbraio 2012, Linda Laura Sabbatini, dimostra che nelle coppie di occupati le donne tra i 25 e i 44 anni lavorano in totale 53 minuti in più dei loro partner , che il divario cresce in presenza di fliglie/i e che in ogni caso il 71,9% delle ore dedicate al lavoro famigliare (lavoro domestico, di cura, di acquisti di benu e servizi) è a carico delle donne. Sabbatini dimostra altresì che l’asimmetria di carichi di lavoro familiare è diminuita negli ultimi 20 anni di 12 punti in percentuale. Però poiché sono più i tagli operati dalle donne che dagli uomini (1 minuto all’anno!) è probabile che questo abbassamento dell’asimmetria non si è determinato per un aumento dei carichi di lavoro maschile ma per l’utilizzo di figure quali le colf e le badanti. Cioè di altre donne.