lunedì 25 giugno 2012

Le parole chiave del nostro programmaBOZZA DI DISCUSSIONE

Le parole chiave del nostro programmaBOZZA DI DISCUSSIONE
A.L.B.A- soggetto politico nuovo-
Alleanza per il Lavoro, Beni comuni, Ambiente
Ogni giorno nel nostro paese assistiamo ad un peggioramento delle condizioni materiali di vita, come di quelle di miliardi di altri esseri umani nel mondo. Ogni giorno la crisi miete le sue vittime, consuma diritti, alimenta conflitti, distrugge speranze, cancella futuro. Dal 2007 la crisi finanziaria prima e quella economica poi stanno sgretolando ciò che rimane della democrazia, mettendo in evidenza l’assenza di una governance globale che sappia indicare la strada per uscirne. Anche a livello europeo il quadro è drammatico. Un Europa costruita su rigide basi monetarie e non fondata sui diritti e sulla politica è entrata in crisi. La diarchia dei governi tedesco e francese allontana i popoli dall’integrazione mettendoli gli uni contro gli altri mentre sostiene banche e grandi interessi finanziari e commerciali. Proprio questi ultimi sono coloro che hanno scatenato la crisi finanziaria e che oggi dopo aver drenato soldi dal sistema pubblico sono al punto di far fallire un paese sovrano: la Grecia. La situazione greca è l’emblema del processo di spoliazione dei diritti, di distruzione dell’economie locali e nazionali, di ogni statuto dei lavoratori, di ogni concetto di res pubblica e di beni comuni, svenduti con le privatizzazioni e le liberalizzazioni. Siamo davanti allo stesso tempo alla crisi della rappresentanza ed a quella della sovranità. La finanza internazionale ricatta interi paesi e liquida la democrazia. Il nostro paese è vittima delle stesse scelte che stanno distruggendo la Grecia. Austerità, pareggio di bilancio, privatizzazioni, subordinazione completa del lavoro alle esigenze del mercato, vengono indicate come le ricette da seguire. Sembra quasi che la democrazia sia un ostacolo fastidioso al quale dovremmo rinunciare a causa dello stato di emergenza decretato dalle banche. Queste misure non solo hanno causato la crisi, ma che reiterarle aggraverà la situazione in maniera irrimediabile. Dobbiamo sbrigarci a riprendere in mano il nostro destino affidato ai seguaci del liberismo economico sotto la maschera del cosiddetto governo "tecnico".
Ma la crisi che abbiamo davanti non è solo economica e finanziaria. È allo stesso tempo energetica, alimentare, migratoria e, soprattutto, ecologica. La crisi ecologica rappresenta oggi il cuore stesso della crisi. Una sorta di "Guerra alla natura" dichiarata dall’attuale modello di sviluppo che, con la complicità e responsabilità diretta delle forze politiche che vi si ispirano, ha superato da tempo i limiti del pianeta, distrutto a un ritmo sempre maggiore le risorse non rinnovabili senza garantirne l’autorigenerazione, contratto un deficit ecologico senza precedenti nella storia, inquinato, stravolto il clima, acidificato i mari, desertificato molte terre, sciolto i ghiacciai, superato i limiti di assorbimento del pianeta. Per dirla in maniera chiara: questo modello è la più grave minaccia alla pace, allo sviluppo, alla giustizia, al lavoro, all’ambiente e alle generazione che verranno. Il modello capitalista si sta dimostrando la più pericolosa arma di distruzione di massa mai sperimentata dall’uomo ed i suoi effetti rappresentano le principali minacce con cui la maggior parte della popolazione planetaria è oggi costretta a convivere.
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In Italia tutto questo è ancora più evidente. Basti osservare l’assenza di prospettive e di un piano di politiche industriali, energetiche e commerciali che nel nostro paese manca da 20 anni. L’impreparazione della classe politica ad analizzare e cogliere i cambiamenti epocali vissuti è a un livello senza precedenti nella storia del nostro paese. In questo momento in cui non sembrano esserci alternative allo stato di crisi, l’Italia vive una fase di eccezione unica nella sua storia moderna. Il nuovo governo lavora supportato da una maggioranza di forza che si è resa responsabile della crisi e che continua testardamente a riproporle tali e quali. Subiamo ricette sbagliate per affrontare la crisi e una metodologia nell’applicarle ancor più errata. Essendo screditati o venuti meno i corpi intermedi, le scelte del governo non vengono mediate ma imposte sulla popolazione, mai prima d’ora così distante e allo stesso tempo arrabbiata con i palazzi del potere.
Nel vertice del 1992, vennero adottate la Convenzione sulla Diversità Biologica (CDB), la Convenzione ONU sul Cambiamento Climatico (UNFCC) e la Convenzione per Combattere la Desertificazione. Sono passati venti anni e gli impegni dei governi non sono stati mantenuti, anzi. Siamo in una situazione ambientale, sociale ed ecologica drammatica e la scienza ci dice con forza che dobbiamo invertire la rotta prima che sia troppo tardi per noi. I fallimenti degli appuntamenti internazionali sono ormai una costante. Questi spazi chiusi alla società civile ed ai movimenti servono esclusivamente per consentire a lobbisti, rappresentanti delle multinazionali e della finanza internazionale di incontrarsi. Dopo il vertice mondiale della Terra di venti anni fa, che tante speranze aveva acceso, a giugno di quest’anno a Rio si incontreranno di nuovo per discutere non di come si cambia il modello che sta strozzando la terra e la maggior parte dei suoi abitanti, ma si discuterà di "green economy" che lungi dall’essere un’economia ecologica che abbia a cuore la giustizia ambientale e sociale. Sarà l’ennesimo circo in cui la finanza vorrà creare l’ennesima bolla speculativa: la bolla del carbonio. Via Campesina, la più grande rete di organizzazioni contadine a livello globale, la definisce "la maschera verde del capitalismo". La finanziarizzazione dell’economia non tralascia certo l’ambiente. La finanziarizzazione della natura e della sua crisi è l’ultimo grande business del sistema capitalista. I movimenti e la società civile mondiale lo continuano a denunciare e saranno a Rio per promuove un Summit dei popoli per la giustizia ambientale e sociale dove lavorare con l’accademia, la scienza e le istituzioni che vorranno esserci a come cambiare il modello e costruire le alternative.
L’insostenibilità del modello di sviluppo e l’assenza di alternative sono infatti le cause della crisi di sistema diffusa ormai in tutto il mondo. L’inconciliabilità del sistema capitalista con i limiti della Terra produce un processo di continua spoliazione dei diritti e distruzione delle opportunità di accesso ad una vita dignitosa per miliardi di esseri umani. Più aumentano l’inquinamento, la distruzione del pianeta e dei beni comuni, gli eventi estremi che colpiscono le nostre città e i nostri paesi, maggiore è la povertà e l’ingiustizia che colpiscono le fasce medie e più deboli della popolazione. L’insicurezza ambientale e l’accaparramento individuale delle risorse si traducono in forme odiose di ingiustizia ambientale e sociale. Parliamo di ingiustizia che colpisce in forme diverse. A partire da quella distributiva, colpendo una comunità più di altre per ciò che riguarda il
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peso dei rischi ambientali, sino all’ingiustizia verso un singolo o una comunità privata del suo diritto a partecipare, o non riconosciuta nei suoi diritti soggettivi o collettivi, oppure le cui potenzialità e/o sviluppo di una comunità a causa dei danni ambientali inflitti sono stati lesi. Senza dimenticare l’ingiustizia compiuta nei confronti delle generazioni a venire, private delle possibilità di accedere agli stessi beni e costrette a vivere in condizioni peggiori rispetto alla generazione precedente.
PER UN’EUROPA DEI POPOLI
Le tre parole chiave del nostro programma (lavoro, beni comuni e ambiente) possono essere connesse tra loro in processi reali che insieme concorrono a costruire una prospettiva alternativa alla globalizzazione liberista. Ma per renderle concrete occorre collocarle all’interno del quadro delineato dalla crisi ambientale ed economica che sta investendo l’intero pianeta e, in particolare, di quella istituzionale e del debito che in questa fase colpisce soprattutto l’Europa.
La crisi finanziaria che sta squassando l’Europa e mettendo in forse l’intero edificio dell’Unione europea è la conseguenza più o meno diretta dell’abdicazione degli Stati membri dell’Unione europea dalle responsabilità e dagli oneri del governo dell’economia, a favore dei cosiddetti "mercati", cioè della finanza internazionale: un pugno fi grandi banche, di assicurazioni, fondi speculativi e "fondi sovrani" di Stati con forti attivi nella bilancia dei pagamenti. Questa traslazione dei poteri, che ha avuto la sua prima manifestazione nell’indipendenza delle banche centrali dal controllo dei governi – per privare successivamente anche la Banca centrale europea dei poteri necessari per far fronte alle manovre della speculazione finanziaria - ha le sue basi nei meccanismi che presiedono alla globalizzazione dell’economia; ma è al tempo stesso il frutto di un calcolo politico miope, che mirava a porre una argine alle rivendicazioni salariali delle classi lavoratrici e all’espansione degli istituti del welfare e della conseguente spesa pubblica, sottraendo queste dinamiche alla decisione politica per rimetterle nelle mani di un meccanismo anonimo e imperscrutabile. Oggi tutti possono vedere come questo processo di spoliazione dei poteri sovrani, che ha avuto nella creazione dell’euro la sua espressione più compiuta, stia trascinando l’intero continente non in direzione di una crescente integrazione politica attraverso la crescita di una partecipazione democratica alla governance dell’Unione europea, ma alla sua disgregazione, travolgendo nella sua dissoluzione occupazione, redditi e diritti del lavoro, condizioni di vita e persino di sussistenza di interi popoli.
La crisi che attraversa l’Unione europea mette tutti i cittadini degli Stati membri di fronte a un dilemma ineludibile: o si affidano le sorti della costruzione europea alla dittatura della finanza internazionale – al "voto dei mercati" come si usa dire sempre più spesso – adottando, in una corsa sempre più affannosa e vana, misure tampone intese a placare le pretese sempre più esose dei detentori dei debiti pubblici e privati, facendone pagare il prezzo ai lavoratori, alla schiera crescente dei disoccupati e degli emarginati, alla condizione della donna che è e rimane l’ultimo anello della catena del processo di espropriazione e di sfruttamento del genere umano; oppure si lavora per ricostruire dalle fondamenta l’edificio dell’Unione europea attraverso la promozione e lo sviluppo di meccanismi di democrazia partecipativa che investano anche la gestione dei processi economici, dei mercati, delle aziende, dei servizi locali,
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dell’organizzazione della circolazione e della distribuzione delle merci e del denaro: accettando i rischi e rivendicando il diritto di rinegoziare meccanismi e regole che hanno portato e stanno portando uno dietro l’altro i paesi membri verso la catastrofe. La situazione della Grecia è soltanto di qualche anno – o qualche mese in avanti lungo un cammino imboccato da quasi tutti gli altri Stati membri, a partire da quelli le cui finanze si trovano già ora in una situazione di forte precarietà, ma senza escludere nessuno degli altri Stati, i cui cittadini forse oggi si sentono al sicuro pensando che la sorte dei loro concittadini europei flagellati dal debito non li riguardi.
Per questo l’esito delle prossime elezioni greche e, ancor più, le misure adottate dal futuro governo, se prevarranno le forze favorevoli alla rinegoziazione del Memorandum imposto dalla cosiddetta Troika (BCE, FMI e Commissione europea) rappresentano un possibile e importante punto di svolta per tutte le forze che in Europa e nel mondo si oppongono alle politiche liberiste che stanno portando l’intero continente, e insieme ad esso il resto del mondo, verso una catastrofe economica e sociale che anticipa e accelera un generale catastrofe ambientale, perché priva popoli e governi degli strumenti necessari a promuovere una generale conversione ecologica dell’economia in direzione di una maggiore sostenibilità.
Sappiamo che la crisi economica e finanziaria che scuote l’Europa può essere affrontata solo a livello continentale, così come la crisi ambientale che incombe sul pianeta Terra può essere affrontata solo a livello globale. Per questo è necessario che tutte le forze, grandi e piccole, locali o nazionali, sociali e culturali che si oppongono alle politiche liberiste trovino attraverso un confronto serrato, dei punti di convergenza per definire insieme un programma per rifondare dalle radici l’Unione europea come strumento di promozione della democrazia, dei diritti del lavoro e di cittadinanza, di una svolta ecologica in campo economico per combinare il contributo di tutti e di ciascuno alla salvaguardia degli equilibri climatici e ambientali del pianeta con il rispetto della dignità del lavoro e con la valorizzazione delle facoltà, delle competenze, dell’esperienza, dei saperi diffusi che solo una vera democrazia, partecipativa e sostanziale può consentire.
LAVORO
La globalizzazione svaluta il lavoro e pretende di riassumere un pieno controllo su di esso grazie alla possibilità di delocalizzare in ogni momento impianti e produzioni: meccanismo a sua volta reso possibile dalla libera circolazione dei capitali e delle merci e dal web, che consente la gestione a distanza di stabilimenti, fornitori e clienti.
La difesa del lavoro (la sua assunzione tra i "beni comuni") non può limitarsi alla pur necessaria difesa di diritti acquisiti, e ora negati, e di sistemi di contrattazione che nessuno immagina più capaci di garantire aumenti salariali significativi, migliori condizioni di lavoro, migliori trattamenti sanitari e pensionistici o addirittura riduzioni dell’orario di lavoro e aumento dell’occupazione. Il contesto di una prospettiva del genere è quello di una "uscita dalla crisi" che riproduca i meccanismi che hanno sorretto le economie dell’Occidente nella seconda metà del secolo scorso: la crescita del PIL e, come suo portato automatico, dell’occupazione e del reddito. Un meccanismo che in Occidente non è più replicabile. Questo non capiscono i
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postkeynesiani e le forze socialdemocratiche che parlano di New Deal, senza tener conto che rispetto agli anni ’30 il mondo è cambiato e non c’è in Europa più "spazio" per le "grandi infrastrutture". Così come non ha molto senso aumentare la "spesa pubblica" per far ripartire la "crescita", perché – oltre a ragioni ambientali - nella Nuova Divisione Internazionale del Lavoro un ulteriore "deficit spending" peggiora solo la nostra bilancia commerciale e sposta il moltiplicatore keynesiano all’estero. D’altra parte lo stesso Keynes teorizzava l’utilità del "deficit spending" come misura congiunturale, e non strutturale come è avvenuto da 30 anni a questa parte.
I livelli occupazionali da "pieno impiego" e un lavoro decente per tutti e tutte, anche per coloro che ne sono esclusi/e (e pur in contesti di maggiore "flessibilità" e mobilità dei lavoratori, purché in forme concordate e garantite da un adeguato sostegno al reddito) possono essere perseguite solo nella prospettiva di una radicale conversione produttiva degli impianti esistenti, indirizzandoli a processi e prodotti compatibili con la salvaguardia dell’ambiente, nei settori portanti di una necessaria conversione ecologica di tutto il sistema economico.
Questo processo riguarda tutto il ciclo di vita dei prodotti: dall’estrazione delle risorse naturali al loro trasporto, alla loro lavorazione nei processi produttivi, alla loro distribuzione, al loro consumo o utilizzo in forme il più possibile condiviso, fino al loro recupero in nuovi cicli produttivi, riducendo così la pressione sull’ambiente sia dal lato dei prelievi che da quello dei rilasci.
I settori che in via prioritaria garantiscono la conversione ecologica del sistema produttivo sono le fonti rinnovabili e l’efficienza energetiche, l’agricoltura ecologica, multifunzionale e di prossimità, la mobilità resa sostenibile attraverso la condivisione dei veicoli, l’edilizia e l’urbanistica partecipate, la salvaguardia degli assetti idrogeologici del territorio. Il tutto accompagnato da adeguati processi di formazione permanente, promuovendo (in forme adeguate) l’alternanza scuola-lavoro fin dai primi stadi dell’istruzione e aprendo scuole e università agli apporti esterni che possono provenire dai mondi del lavoro, della ricerca, dell’arte e della cura.
La realizzazione di una transizione del genere non può avvenire che in forme conflittuali, discontinue e comunque graduali; ma ha sia come premessa che come obiettivo l’inversione dei processi di globalizzazione (meglio la Deglobalizzazione) nel campo dei beni fisici attraverso una loro riterritorializzazone, cioè la riduzione, sia in senso geografico che organizzativo, dei rapporti tra produzione e consumo (o fruizione).
La riterritorializzazione di questi processi va nella direzione di un recupero, a livello locale, regionale e di area vasta, della sovranità di ogni comunità in campo energetico, alimentare, nel controllo del territorio, nell’esercizio dei diritti di cittadinanza (casa, mobilità, salute, istruzione, inclusione sociale). Per renderla possibile è necessario che prevalgono le forme dell’Altreconomia, basata su prezzi equi, sul legame sociale e su forme di mercato che si basano sui principi contrattuali del "commercio equo e solidale" che ha dimostrato di funzionare da più di quarant’anni.
All’inevitabile disordine dei processi di conversione deve però fare riscontro un disegno il più possibile generale e coerente che consideri la replicabilità dei processi
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(adattati, ovviamente, ai contesti locali) la condizione di validità di ogni proposta. Vanno pertanto promosse a tutti i livelli territoriali di agibilità operativa sedi dove sviluppare questa elaborazione avendo di mira l’integrazione tra le diverse proposte nella forma di un progetto locale flessibile e suscettibile di modifiche e di continui nuovi apporti.
Le sedi dove proporre e definire i processi di conversione e riterritorializzazione possono avere, nella loro fase iniziale, la forma di "conferenze di produzione" fondate sulla partecipazione delle diverse categorie potenzialmente interessate al progetto: lavoratori, associazioni civiche e ambientaliste, amministrazioni locali, mondo della ricerca e dell’istruzione, imprese, istituzioni della cura e del welfare.
E’ ovvio che in ogni ambito e in ogni territorio la spinta a una loro convocazione e il tema centrale intorno a cui sviluppare il dibattito saranno diversi. Ma saranno necessariamente incentrate sulle situazioni di crisi che maggiormente interessano quel territorio: aziende in crisi, settori in dismissione, processi di riconversione, grandi opere devastanti, gestione dei rifiuti, debito locale insostenibile, inquinamento, dissesti idrogeologici e sismici, ecc.
La difesa della dignità e dei diritti del lavoro consolidati nelle norme della Costituzione, nella legislazione del lavoro e nelle forme della contrattazione che costituivano il principale portato di un secolo e mezzo di lotta di classe e di battaglie sindacali e politiche - e che oggi vengono messi in discussione e apertamente combattute in nome e per conto delle politiche liberiste - non può avere esiti positivi al di fuori di una prospettiva di conversione ecologica di produzioni e modelli di consumo. E’ questo l’unico sbocco in grado di garantire, insieme ad adeguati livelli occupazionali e di reddito, la salvaguardia dell’ambiente in cui si svolgerà la vita presente e futura della comunità umana. Questi diritti devono riguardare indistintamente tutta la popolazione, permettendo a ciascuno di contribuire alla loro difesa e alla loro affermazione secondo le proprie capacità e a partire dalla propria condizione di lavoratore, di disoccupato o di temporaneamente occupato, e devono essere garantiti in misura uguale a tutti. L’esclusione di una parte della popolazione residente, e di una quota sempre più consistente del mondo del lavoro da una parte o dalla totalità dei diritti di cittadinanza, o la compressione del loro esercizio in tutti gli ambiti che caratterizzano la condizione della donna non sono compatibili, e sono di ostacolo, alla prospettiva della conversione ecologica e, quindi, di un contesto in cui quegli stessi diritti possano essere pienamente goduti.
BENI COMUNI
I beni comuni non sono caratterizzati da una forma di proprietà specifica, da affiancare alla proprietà pubblica e a quella privata; bensì, in via prioritaria, da modalità di gestione della risorsa che presuppongono un controllo popolare, o dal basso, o della cittadinanza attiva di una comunità, sul loro utilizzo.
Per questo l’ascrizione di una risorsa all’ambito dei beni comuni è indissolubilmente legata all’esercizio o alla rivendicazione condivisa di forme di democrazia partecipata specifiche e diversificate tra loro a seconda delle caratteristiche del bene, del contesto sociale e territoriale che lo prende o intende prenderlo in carico, del rapporto di forze
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nel conflitto permanente e mai completamente risolto tra chi rivendica una gestione condivisa del bene e chi vuole sottrarlo alla collettività, o escluderne una fruizione condivisa, per appropriarsene.
La proprietà pubblica, in quanto contrapposta a quella privata, rappresenta in generale la condizione migliore per sviluppare forme di controllo dal basso. Ma questo non esclude che soluzioni più o meno spinte di esercizio di una sovranità popolare su determinati assetti produttivi possano svilupparsi anche in un regime di proprietà privata: per esempio nella partecipazione di una comunità territoriale e del collettivo dei lavoratori alla definizione degli indirizzi relativi alla conversione produttiva di un impianto o di un’azienda. Tenendo conto anche della possibilità di "recupero", sul modello argentino, di imprese che chiudono pur avendo ancora una loro utilità sociale, o potenzialità di riconversione. Invece di aspettare l’imprenditore "salvatore" è necessario pensare anche per l’Italia ad ottenere una legge che permetta ai lavoratori di prendersi le imprese che chiudono, specie quando i proprietari hanno delocalizzato o sono fuggiti col malloppo, sul modello dei beni confiscati alle mafie.
Una forma già oggi praticata di gestione condivisa su un bene comune in regime privatistico è fornito dai GAS (gruppi di acquisto solidale) relativamente alla gestione degli indirizzi produttivi e gestionali di un’azienda agricola o alimentare, se inseriti in un progetto generale di conversione del regime alimentare vigente e dell’assetto produttivo dell’agricoltura di prossimità.
La categoria dei beni comuni non abbraccia solo beni materiali come l’acqua o il suolo urbano, ma anche beni immateriali come i saperi, la conoscenza, l’istruzione; non solo risorse locali legate al territorio, ma anche beni di dimensione planetaria come l’atmosfera, gli equilibri climatici, la biodiversità, ecc.; non solo strutture fisiche ma anche, e soprattutto, servizi: sia quelli forniti dalla natura (per esempio la fertilità dei suoli), sia quelli forniti dall’attività umana (per esempio la mobilità: anche questo un servizio pubblico, che rientra ormai tra i diritti di cittadinanza inalienabili, ma che può essere gestito in regime di proprietà in parte pubblica e in parte privata).
Non tutto può essere fatto rientrare nella categoria dei beni comuni, pena la perdita della specificità di questo concetto, a cui è legata la forza mobilitante e motivante dei conflitti che si svolgono intorno ad esso; ma nessuna categoria di beni o di risorse, materiali o immateriali, ne può essere esclusa a priori.
Il problema è dunque quello di concentrare di volta in volta l’attenzione su quei beni sui quali la rivendicazione di una gestione o di un controllo condivisi hanno maggiori potenzialità mobilitanti; non per il gusto di promuovere conflitti, ma perché è nella conflittualità e nella mobilitazione che si formano e si consolidano quei legami di solidarietà che maggiormente concorrono a spezzare l’isolamento e l’individualismo esasperato a cui ci condannano gli assetti della società in cui viviamo e che si crea il contesto più adatto per la progettazione condivisa di nuove iniziative e di progetti più inclusivi.
La prospettiva di una conversione ecologica delle aziende in crisi promossa congiuntamente dalle maestranze coinvolte, dall’associazionismo civico e ambientale, dai governi delle comunità di riferimento e dall’imprenditoria locale (pubblica, privata,
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cooperativa, sociale o "in fieri") attraverso l’individuazione, la definizione e la promozione di progetti locali e l’apertura di vertenze con i poteri centrali che ne ostacolano o non ne sostengono adeguatamente la realizzazione è un fattore che può saldare la salvaguardia e la conquista da parte della comunità dei beni comuni attraverso un progetto locale con la difesa e la valorizzazione del lavoro e delle sue potenzialità inespresse.
Oltre alle aziende in crisi, questa problematica oggi riguarda soprattutto i servizi pubblici locali, che in Italia il voto referendario ha inteso difendere dalla privatizzazione per farne la base di una gestione partecipata e che il Governo e tutte le forze politiche che lo sostengono – ma, a livello locale, anche molte forze politiche che si dicono di opposizione – stanno cercando di privatizzare e di immettere nel circuito finanziario internazionale, allontanandoli sempre più da ogni possibile controllo dal basso.
La ragione fondamentale per cui i servizi pubblici locali devono essere difesi dalla privatizzazione è il fatto che essi oggi non sono, ma potrebbero diventare domani, il braccio operativo attraverso cui le amministrazioni locali che li hanno creati e gestiti in passato – e, attraverso di esse, le comunità di riferimento - potrebbero avviare una vera politica economica in molti dei settori cruciali per la conversione ecologica: energia, mobilità, agricoltura e alimentazione, edilizia, gestione del territorio, formazione, welfare e cura.
Decisivo, a questo proposito, è il problema del finanziamento dei progetti locali, sia per quanto riguarda la produzione e l’organizzazione di forme di consumo condiviso, sia relativamente ai problemi della cura e del welfare. Ma la questione del finanziamento non è l’unico né il principale aspetto della conversione ecologica: senza una progettazione condivisa e una forza sociale che la sostenga, la rivendicazione di maggiori fondi rischia solo di perpetuare situazioni e soluzioni senza prospettive.
In ogni caso, tra i beni comuni di cui bisogna combattere l’attuale gestione privatistica – cosa che gli sviluppi della crisi mettono sempre di più all’ordine del giorno – c’è il denaro. La circolazione e la distribuzione del denaro devono essere incluse, almeno parzialmente, tra i beni comuni di cui rivendicare una gestione più equilibrata e diffusa. (Era quello che sosteneva Polanyi: <<terra,lavoro e denaro>> non sono merci e la loro mercificazione è solo una finzione che fa male alla società ed all’ambiente. ) Perché, attraverso la monetizzazione delle loro attività, in una società mercantile esse sono il principale strumento che mette in relazione le persone (creando rapporti di dipendenza reciproca tra gli individui e tra le comunità): cioè una delle basi della convivenza.
Uno degli ambiti a cui con maggiore urgenza, soprattutto in Italia, è necessario guardare come a un bene comune è costituito dal patrimonio culturale, artistico, monumentale e paesaggistico: senz’altro il maggiore che esista al mondo. E’ un patrimonio diffuso su tutto il territorio, stratificato e diversificato tanto da costituire ancora oggi, nonostante i processi di omologazione promossi dalla globalizzazione, il principale fattore di identità di ogni comunità locale. Ma il valore del patrimonio culturale risiede interamente – e niente lo conferma meglio della negligenza e del disinteresse che ha caratterizzato le relativa politiche italiane dei beni culturali nel
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corso dei passati decenni – nella considerazione, nell’attenzione e nella cura che ne hanno le comunità che lo hanno in consegna per conto di tutta l’umanità; e nella professionalità e nella competenza del personale che di esso deve farsi carico: una fonte potenziale di occupazione altamente qualificata, a tutti i livelli, che può diventare oggetto di iniziative e processi partecipativi di grande rilevanza.
AMBIENTE
Il pianeta Terra è ormai completamente antropizzato: con pochissime eccezioni le porzioni del globo che mantengono ancora il loro aspetto "naturale" originario sono tali perché sono state fatte oggetto di una forma più o meno esplicita di tutela, e non perché la società industriale e il commercio internazionale non ne hanno ancora preso possesso. Quando si parla dell’ambiente, quindi, non si parla di tutela delle porzioni residue di "Natura", ma di una gestione delle attività produttive e commerciali che sia compatibile con il funzionamento dei cicli biologici, geologici e meteorologici che garantiscono la sostenibilità della vita umana sul pianeta e con la possibilità di decidere quali forme di convivenza adottare.
Per questo la questione ambientale coincide con la discussione e la definizione delle scelte relative alle attività culturali ed economiche: economia ed ecologia devono coincidere. La centralità delle attività culturali deriva dal fatto che la sostenibilità delle attività produttive poste in essere dipende in modo sempre più stretto dai saperi. E, in una prospettiva di conversione ecologica, sia dal recupero e dalla conservazione di molteplici saperi tradizionali sviluppati nel corso del tempo in stretta connessione con le caratteristiche fisiche, biologiche, meteorologiche e sociali dell’ambiente che li ha generati; sia dall’integrazione di questi saperi, in un comune orientamento alla sostenibilità, con gli sviluppi della ricerca scientifica e delle elaborazioni culturali e artistiche moderne; e, ovviamente, con quelli delle loro applicazioni in campo tecnologico, organizzativo e istituzionale.
Nel concetto di attività economiche vanno ricomprese tutte le forme di prelievo e di utilizzo delle risorse naturali, della loro trasformazione mediante molteplici processi produttivi, del consumo e della fruizione dei beni e dei servizi prodotti, della loro riconsegna all’ambiente come scarti o residui (in forme compatibili con la loro integrazione in cicli biologici, geologici e meteorologici autosostentanti) o a nuovi cicli di produzione e consumo, nonché tutte le forme di utilizzo commerciale delle risorse immateriali.
Gli assetti dell’attuale organizzazione economica e degli sviluppi culturali e scientifici che la definiscono, fondati sulla crescita incessante della produzione materiale e del suo valore monetario (PIL) non sono sostenibili. La svolta che può orientare le attività umane verso una maggiore sostenibilità è una generale conversione in senso ecologico della cultura, della produzione, dei consumi - e della finanza che ne ha il controllo. Questa conversione è urgente: pochi decenni e, in alcuni casi anche meno, ci separano dai punti di svolta che possono rendere il degrado delle condizioni di vivibilità del nostro habitat (planetario e locale) irreversibili: cambiamenti climatici, perdita della biodiversità, inquinamento delle acque, dei suoli e dell’aria, pandemie sono le principali minacce che incombono su tutta l’umanità.
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Gli Stati e le loro articolazioni locali, le organizzazioni internazionali, la finanza che controlla l’intero processo economico e le imprese che gestiscono il ciclo produzione-consumo, ma anche le grandi istituzioni culturali si sono tutte dimostrate incapaci e per lo più contrarie a correggere la rotta di un processo che porta inevitabilmente, e in tempi sempre più stretti, verso la catastrofe.
Ciononostante idee, buone pratiche, saperi, tecnologie e progetti che, se realizzati e diffusi, renderebbero praticabile e conveniente per tutti questa svolta, sono oggi in larga misura disponibili: sono stati sviluppati nel corso del tempo in molti contesti differenti, sia a livello istituzionale che, soprattutto, attraverso conflitti sociali e processi di aggregazione; e non solo in ambiti locali, perché sono anche stati, e sono tutt’ora, al centro di reti di collegamento - i Social forum, le organizzazioni rurali come via campesina e Terra madre, alcune associazioni ambientaliste, molte reti e associazioni scientifiche – che abbracciano tutto il mondo.
Visti gli attuali rapporti di forza, tuttavia, i processi di conversione ecologica non possono nascere e svilupparsi che in ordine sparso e discontinuo, attraverso iniziative di carattere locale, perché non esiste né è alle viste alcun soggetto di carattere generale in grado o disponibile ad assumersi la responsabilità di definire e promuovere una transizione del genere; tanto meno a livello internazionale e globale.
La condizione perché queste iniziative sparse possano concorrere a costruire un processo generale di conversione ecologica è il fatto che il loro orientamento sia sorretto da un approccio di ordine generale (pensare globalmente) che risponda, in via prioritaria, al criterio della replicabilità: è corretto tutto ciò che può essere fatto, con la minor spesa e il minor impatto possibili – e adattandolo ovviamente al contesto locale - in ogni parte del mondo senza andare a detrimento della collettività; ed è da evitare tutto ciò che può essere perseguito e ottenuto solo a condizione che altri ne siano privati, accaparrandosi risorse scarse. Una semplice riflessione sulle attuali caratteristiche dei sistemi energetici, della mobilità, dell’alimentazione, dell’agricoltura, del consumo di suolo e dei modelli di consumo in generale (che concorrono a determinare la domanda che sorregge gli attuali processi produttivi) rende evidente questo concetto.
La riconquista di una sovranità territoriale attraverso la riterritorializzazione dei processi di produzione e consumo in campo energetico, agricolo, alimentare, e nel controllo del territorio dal punto di vista degli assetti idrogeologici, dell’edilizia e della mobilità, costituisce pertanto l’obiettivo strategico della lotta per la salvaguardia dell’ambiente e la sopravvivenza della vita umana su questo pianeta. Il percorso per promuovere iniziative di conversione ecologica a livello territoriale può essere, anche in questo caso, l’organizzazione di conferenze di produzione, il che riconnette l’obiettivo generale della sostenibilità ambientale al tema della lotta per i beni comuni e a quello della valorizzazione del lavoro.
In questo ambito, che è quello contestuale della salvaguardia del pianeta e della conversione delle produzioni più nocive e dissipative a favore di produzioni e modelli di consumo che "facciano pace" con l’ambiente si inserisce con assoluta priorità il tema della pace, che è innanzitutto lotta contro la cultura maschilista e militarista del ricorso alla violenza e alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie interne
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e di quelle internazionali, i cui confini reciproci sono sempre meno definiti e resi più confusi dal crescente ricorso al termine di guerra umanitaria per mascherare operazioni di vero e proprio assoggettamento di intere popolazioni. Ma la dimensione più concreta della lotta per la pace è sicuramente la promozione di campagne e progetti per la riconversione civile dell’industria militare, tenendo sempre presente che protagonisti di questa battaglia non possono che essere, insieme alle forze del movimento pacifista e ai governi del territorio dove sono insediati i loro stabilimenti, i lavoratori oggi impegnati nell’industria bellica; e che soltanto la prospettiva concreta di un diverso utilizzo dei loro impianti, delle loro attrezzature, dei loro know-how in produzioni che valorizzino meglio i loro saperi, garantiscano i loro livelli occupazionali e retributivi e creino un coinvolgimento maggiore nei contenuti del loro lavoro può renderli promotori di questa trasformazione.
LA QUESTIONE FINANZIARIA
Tra i poteri che la globalizzazione liberista, e in particolare l’assetto istituzionale dell’Unione europea e dell’eurozona hanno consegnato a un ristretto gruppo di strutture finanziarie c’è anche quello di creare denaro (grazie a una molteplicità di strumenti finanziari ben esemplificata dai cosiddetti derivati) e di governarne la circolazione (attraverso istituti bancari sempre più dipendenti dalle decisioni della finanza internazionale).
La riconquista di forme di potere diffuso sulle funzioni del denaro e sulla sua circolazione non può avvenire solo restituendo agli Stati (o alle loro aggregazioni, come l’UE) i poteri oggi in mano alla finanza internazionale. Anche e soprattutto in questo caso il potere statuale non costituisce un’alternativa valida – né forse ancora praticabile - al potere dei privati. Ma di fronte al rischio sempre più prossimo di una catastrofe economica provocata dalla crisi finanziaria – e in particolare dalla crisi dell’euro – il problema di un riequilibrio nella distribuzione del potere sulla creazione e la circolazione del denaro si pone in maniera ineludibile.
L’attuale bolla finanziaria globale (una circolazione d 600 o mille trilioni di dollari di titoli aventi valore di moneta) che la crisi scoppiata nel 2008 non ha minimamente ridimensionato deve essere sgonfiata e non alimentata nel vano tentativo di "pareggiare i conti" con la finanza internazionale, vera detentrice di ultima istanza della catena del debito che attraversa e condiziona tutto il sistema economico mondiale.
La dottrina
Questa prospettiva è inaccettabile sia per ragioni di equità che di sostenibilità: il periodo di espansione economica (della produzione, dell’occupazione, dei redditi, della spesa pubblica) che ha caratterizzato la seconda metà del secolo scorso, dapprima nei
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paesi dell’occidente capitalistico, poi, e sempre più, nelle economie emergenti, non è riproducibile né suscettibile di continuare a lungo neanche nei paesi cosiddetti emergenti. In questo nodo la crisi economica e finanziaria si intreccia indissolubilmente con la crisi ambientale e con quella energetica.
Per questo occorre avviare con urgenza un dibattito pubblico sulle soluzioni e sulle opzioni con cui affrontare il nodo della crisi finanziaria, su cui non è possibile eludere la necessità di prendere posizione. Queste opzioni sono tante e non si escludono necessariamente tra loro: ristrutturazione del debito, che colpisca i protagonisti della speculazione (l’"haircut" per le banche private, il taglio degli interessi usurai ottenuti); la trasformazione della Banca Centrale Europea in prestatore di ultima istanza dell’Unione; default "controllato" (a quello cosiddetto "disordinato" stanno già provvedendo le attuali autorità monetarie); ritorno alle valute nazionali; moratoria sul debito, mutualizzazione dei debiti pubblici (eurobond), trasformazione della BCE Tobin tax, separazione tra banche commerciali e banche di investimento, concentrazione dei debiti insolvibili in una o più bad bank, legislazioni antitrust in campo finanziario, ecc.
Una soluzione che va sicuramente presa in considerazione (già in vigore in numerose comunità dell’Europa e degli Stati Uniti, e che ha avuto un importante ruolo nel periodo tra le due guerre mondiali ) è comunque la creazione di monete locali, non convertibili e con una circolazione parallela a quella della valuta ufficiale, per sostenere le attività economiche e sociali di prossimità, ma anche la riconversione ecologica dei territori e l’avvio delle imprese "recuperate". Una iniziativa di tal genere rientra senza dubbio nel novero dei beni comuni da affidare fin dall’inizio a una gestione condivisa. In altre parole: riprendere funzione e valore sociale della moneta (intermediario negli scambi), riducendone il suo uso come "capitale" e quindi come strumento di dominio ed accumulazione di potere.
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mainstream – e non solo quella dichiaratamente liberista - affida il compito di saldare i debiti (quelli degli Stati, quelli delle banche, quelli trasferiti dalle banche agli Stati e quelli che la speculazione ha contratto con le banche) alla crescita del PIL dei paesi debitori e al conseguente incremento del gettito fiscale; ma anche, e oggi soprattutto, a crescenti prelievi effettuati a spese dei redditi da lavoro e del welfare).

A.L.B.A. in 2 giorni- PARMA 30 giugno 1° luglio

A.L.B.A. in 2 giorni- PARMA 30 giugno 1° luglio

TEATRO 2, viale Basetti 12/a

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PROGRAMMA
Sabato 30 giugno 2012


I parte: accoglienza e presentazione  (9:30-11:30)
9:30 – 10:30segreteria – accoglienza- distribuzione cartelline coi materiali – formazione tavoli col metodo PARTY
10:45 -11:30:
PLENARIA INTRODUTTIVA SU TEMI E MODALITÀ


II parte: Confronto partecipato su contenuti e regole
Sessione a tavoli con metodo PARTY* (11,50-16,30)
È SENZA PAUSA PRANZO: Zona buffet a cui si accede autorganizzandosi (così anche la domenica)
I documenti di partenza della discussione partecipata saranno pubblicati a breve
11:45 – 14:00SESSIONE 1 Organizzazione e regole per lo Statuto – argomento comune a tutti i tavoli
14:00 -16:30SESSIONE 2 Discussione programmatica Lavoro, Beni Comuni, Ambiente, Europa


III parte: plenarie aperte (sessioni parallele) 16:45 – 20:00
16:45 – 18:45 (sala teatro 1):
DIBATTITO CRISI DELLA DEMOCRAZIA- PER UN’ALTRA POLITICA : è prevista la partecipazione di Lorenza Carlassare- costituzionalista- Luigi De Magistris, sindaco Comune di Napoli- Mauro Marinari, sindaco di Rivalta- Paolo Perenzin, sindaco di Feltre- Federico Pizzarotti- sindaco di Parma-  Rita Rossa - sindaca di Alessandria
Moderano:  Roberta Roberti (Parma Bene Comune) e Alberto Lucarelli, costituzionalista, assessore Comune di Napoli
Contributo scritto di Marco Doria, sindaco di Genova
18:15 – 19:45 (sala teatro 2):
PRESENTAZIONE del libro “Non solo un treno… La democrazia alla prova della Val Susa” edizione di Livio Pepino a Marco Revelli, edizioni Gruppo Abele. Con gli autori ne parlano Claudio Giorno e Sandro Plano.
Alle 19:00 una delegazione dei partecipanti confluisce nella piazza conclusiva del corteo contro Casa Pound
In parallelo lavora il gruppo di lavoro di “sartoria” sui risultati dei tavoli


Domenica 1° luglio:
LAVORI IN PLENARIA
9:30 – 11:15I parte: conclusione del lavoro a tavoli  sulla discussione programmatica (interviene attivamente – con diritto di parola e di voto – solo chi ha partecipato ai tavoli).
11:15 – 13:45II parte: sessione aperta “VERSO IL 2013” – istruiamo la discussione sulla questione elettorale
14:00 -15:30III parte: Organizzazione e Statuto, conclusione del lavoro a tavoli (interviene attivamente -con diritto di parola e di voto- solo chi ha partecipato ai tavoli).
15:30 Conclusioni e aggiornamento
Aggiornato al 25 giugno 2012
*PARTY (Partecipazione Attiva Riunendo Tavoli Interagenti). È un metodo ispirato a due fra i più diffusi (Town meeting e Open Space Technology), che permette di discutere e decidere insieme sia su questioni locali che nazionali. Un’assemblea viene divisa in tavoli di dieci-quindici persone ciascuno ( LAVORI DEL SABATO). I/le partecipanti, che possono non conoscersi affatto, affrontano i temi a loro sottoposti. Per ogni tavolo si sceglie una persona per facilitare il dibattito, un’altra per prendere appunti. Dopo una lunga e informata discussione in un arco di tempo prestabilito, ogni tavolo cerca di esprimere nel report un’opinione collettiva che può anche comprendere proposte diverse. Alla fine, una sintesi di tutto il lavoro svolto viene presentato alla plenaria dove, se necessario, si vota tra le opzioni ( LAVORI DELLA DOMENICA – sessione Prima e Terza).
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MODALITA' DI PARTECIPAZIONE
L'appuntamento è aperto a tutt* coloro che hanno sottoscritto il Manifesto, a chi sta lavorando ad ALBA, a chi è interessato o semplicemente curioso. NON E' PREVISTA ALCUNA FORMA DI PREISCRIZIONE, ma, per organizzare al meglio il tutto, ti chiediamo di scrivere a info@soggettopoliticonuovo.it per comunicare la tua partecipazione.

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AUTOFINANZIONAMENTO
L’autofinanziamento è l’unica cosa che ci permette di andare avanti quindi sia che veniate o no a Parma, vi chiediamo di darci un contributo, per quanto piccolo.
tramite PayPalhttps://www.paypal.com/cgi-bin/webscr?cmd=_s-xclick&hosted_button_id=KG6DPWR4F6WJE
Tramite Bonifico BancarioPer i bonifici: IBAN: IT67G0501804000000000145864
per bonifici dall’estero è necessario anche il BIC: CCRTIT2T84A
Denominazione/Ragione Sociale (intestazione): ‘VERSO ALBA PER UN SOGGETTO POLITICO NUOVO’
Causale: SOGGETTO POLITICO NUOVO
trovate tutto le info relative all'autofinanziamento a:
http://www.soggettopoliticonuovo.it/organizziamoci/autofinanziamento/

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DISCUSSIONE PROGRAMMATICA
Alleghiamo i contributi alla discussione programmatica, proposte e riflessioni che riteniamo utili

Le tre parole chiave del nostro programma – contributo contenuti Viale et al
Lavoro_Lavori – contributo contenuti di Nicoletta Pirotta
materiali di riflessione – proposte_fiom
basic income – riflessioni di Maria Grazia Campari
creare posti di lavoro – proposta gallino

Scaricabili anche da 

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https://www.paypal.com/cgi-bin/webscr?cmd=_s-xclick&hosted_button_id=KG6DPWR4F6WJEhttp://www.soggettopoliticonuovo.it/organizziamoci/autofinanziamento/http://www.soggettopoliticonuovo.it/a-parma-lassemblea-programmatica-di-a-l-b-a-del-30-giugno1-luglio/parma-contributi-per-la-discussione-partecipata/ http://www.soggettopoliticonuovo.it/a-parma-lassemblea-programmatica-di-a-l-b-a-del-30-giugno1-luglio/parma-arrivare-dormire/http://www.soggettopoliticonuovo.ithttp://forum.albasoggettopoliticonuovo.ithttp://www.facebook.com/SoggettoPoliticoNuovohttp://twitter.com/#!/sgpoliticonuovo
Abbiamo aggiornato la pagina relativa al pernottamento con un nuovo Bed&Breakfast, trovate tutte le soluzioni qui:

venerdì 22 giugno 2012

Verbale incontro ALBA- Melzo-Martesanadel 19-06-2012

Verbale incontro ALBA- Melzo-Martesanadel 19-06-2012
Sono presenti
Luigi Brambillaschi, Alessandro Patella, Cristian Canzi, Gabriele Tadini, Ornella Pedercini, M. Rosa Veneziano, Cristina Melideo, Francesca Bellettini

Variando l’ordine del giorno previsto si decide di leggere insieme e discutere la bozza del Codice etico e di inserire all’ordine del giorno del successivo incontro la discussione sulla Bozza di programma e sulla bozza dello Statuto

SINTESI (a cura della verbalizzante ovviamente aperta ai contributi di tutti)

Nel testo del Codice etico

- si dovrebbe aggiungere (o anche sostituire) le parole onestà,correttezza e fermezza  a quelle di sobrietà e misura
- si dovrebbe esplicitare chiaramente da che parte stia ALBA, cosa significhi mettere in pratica gli ideali di fedeltà alla costituzione, di partecipazione, trasparenza, dialogo, lotta al neoliberismo
- dovrebbe essere chiaro cosa significhi il nuovo e quale etica si vuole portare alla gente
- dovrebbe essere presente il concetto di formazione finalizzata al miglioramento della relazione con gli altri e con la natura
- dovrebbe esserci il riferimento a  PACE, NATURA, AMBIENTE

In caso di elezioni

O ALBA si dà una struttura organizzativa per partecipare o orienta il voto su chi ne porta avanti gli ideali

Proposta di attività

Una staffetta di iniziativa diverse entro Natale nei vari centri della Martesana per far conoscere ALBA e i suoi contenuti e per essere di stimolo al territorio

Futuro di Cittadinanza&Cambiamento

Se il gruppo sarà d’accordo Cittadinanza&Cambiamento diventerà Cittadinanza&Cambiamento con ALBA

Prossimi appuntamenti

Venerdì 29 giugno 2012 per discutere la bozza di Statuto e la bozza di programma.
Per le persone impossibilitate a partecipare all’incontro di venerdì si effettuerà un incontro preliminare martedì 26 giugno, Alessandro si farà  portatore all’incontro di venerdì di quanto emergerà dalla discussione di martedì.

VERBALIZZAZIONE DEGLI INTERVENTI E DEGLI ARGOMENTI


Alessandro Patella legge il documento.
Si apre la discussione
Francesca Bellettini trova inadeguati gli aggettivi sobria e misurata utilizzati per definire l’auspicabile condotta di un militante di A.L.B.A.. Trova che siano parole suscettibili di interpretazione soggettiva, dato che non vi sono criteri oggettivi per stabilire cosa sia esattamente “una condotta sobria e misurata”. Sono ad esempio aggettivi usati spesso dal governo Monti per descrivere il proprio modo di essere, e Francesca non si riconosce né in tale sobrietà, né in tale misura.
Spesso poi il perseguimento di un ideale e la fedeltà ai valori sono espressi in modo non sobrio, cita don Milani, ma ugualmente degni di rispetto e ammirazione.
Propone di sostituire le parole “sobrietà” e “misura” con “onestà” e “correttezza”
Maria Rosa Veneziano pensa che le nuove parole possano essere aggiunte mantenendo anche le prime
Anche per Cristina Melideo i concetti sobrio e misurato non possono avere riscontri oggettivi.
Alessandro Patella ritiene non all’altezza del primo manifesto il codice Etico, lo vorrebbe più propositivo e costruttivo con dichiarazioni che siano positive e rivolte verso il nuovo, l’etica non può essere data solo da vincoli negativi del tipo: “non deve”. Si legge troppo presenza di Berlusconi e Lega nel documento.
Inoltre, elativamente alla sobrietà e misura di una condotta, pensa che questo sia un fatto privato e non possa essere oggetto di definizione in un codice etico di un movimento politico, che bisognerebbe descrivere molto più nel merito i comportamenti auspicabili in relazione con gli obiettivi generali del movimento, e che su questa base si possa determinare nella condotta l’appartenenza o meno di una persona al movimento
Luigi Brambillaschi  dichiara di avere letto più volte il documento e di averlo confrontato anche con altri Codici Etici. Esprime la convinzione che un partito o un gruppo politico debba dichiarare da che parte stia, debba dimostrare correttezza ed onestà nel portare avanti i principi, porta ad esempio la modalità di far politica di Alessandro che in Consiglio comunale agisce con correttezza ed onestà nei confronti del suo mandato. La politica richiede correttezza ed onestà nei rapporti con la gente e deve essere in grado di bandire tornaconti personali. Nessuna battaglia, anche se giusta, può essere motivata dal tornaconto personale. Per Luigi essere misurati significa avere un comportamento non arrogante e ricercare il dialogo ed il contatto con gli altri. Occorre capire il senso di misura, onestà e correttezza nell’esperienza quotidiana: ad esempio nel presidio Jabil tutto avviene alla luce del sole.
Vorrebbe che i concetti esposti fossero espressi chiaramente nel Codice etico e non solo sottintesi, come sembrano essere.
Alessandro Patella asserisce che è necessario che nel Codice debba comparire l’invito al militante perché si informi, si auto-formi, si relazioni positivamente con gli altri e con la natura.
Cristian Canzi ritiene che questo Codice Etico sia anche una risposta al periodo che stiamo vivendo e a determinati comportamenti che sono andati per la maggiore negli ultimi anni, mentre un documento dovrebbe essere adeguato e valido anche oltre il contesto in cui nasce. Pensa inoltre che le parole “sobria” e “misurata” possano non essere usati solo in chiave ipocrita, come parrebbe dall’attuale utilizzo del termine da parte dei tecnici al governo. Va sicuramente introdotto un riferimento all’ambiente e alla natura, infatti non c’è etica senza rispetto dell’ambiente e della natura.
Alessandro Patella fa notare che manca un riferimento alla pace.
Luigi Brambillaschi crede che sia necessario declinare in modo nuovo ed esplicito i valori essenziali del codice etico: la resistenza, la Costituzione, la partecipazione, trasparenza ecc.
Gabriele Tadini: il codice Etico appare piuttosto debole, vanno inseriti i termini Pace ed Ambiente.
Intende “misura” come fermezza nella lotta per il raggiungimento degli obiettivi.
I valori di Alba sono quelli della partecipazione, trasparenza e soprattutto quello di esser contro il neoliberismo. Indica come obiettivo l’ultimo concetto Gandhiano espresso dalla parola indiana “swaraj” che significa “governare da sé”, cioè appropriarsi, ognuno di noi, della nostra vita e dei nostri beni.
Luigi Brambillaschi ribadisce che dobbiamo per forza fare i conti con la cultura portata da vent’anni di Berlusconi, come dobbiamo e dovremo fare i conti con il concetto di cultura dopo Monti.
La sinistra non ha capito che bisogna essere nuovi, che bisogna essere chiari e darsi delle risposte alle domane:
-          cosa vogliamo veramente
-          a quale etica devo portare la gente
ALBA parte da questi interrogativi
Alessandro Patella fa notare che manca una cultura della condivisione e della solidarietà.
Ornella Pedercini . Le piace la parola misura anche se pensa che il Codice etico sia influenzato dalla situazione di questi ultimi tempi.
Secondo lei Alba deve fare politica rimanendo vicino alla gente, deve dimostrare di essere qualcosa di diverso.
Alessandro Patella afferma che ciò a suo giudizio in tutti gli interventi si legge una delusione per il  Codice Etico al manifesto iniziale

Gabriele Tadini ribadisce che é necessario essere forti nel perseguimento degli obiettivi legati agli ideali professati.

Maria Rosa Veneziano rileva che non c’è nulla sul benessere psicofisico, sulla eutanasia e il testamento biologico, sulla salute e sulla sana alimentazione
Per tutti risultano argomenti importanti ma facenti parte del programma non tanto del Codice Etico.
Ornella Pedercini chiede chiarimenti sull’incontro di Parma. Luigi Brambillaschi legge l’intero volantino.
Ornella pone la questione delle possibili elezioni prima del 2013, ALBA sarebbe pronta a parteciparvi?
Secondo Cristian Canzi nell’incontro di Parma dovrebbe uscire una chiara e precisa organizzazione in grado di gestire la partecipazione alle elezioni politiche se quello sarà l’obiettivo, se invece si deciderà di non andare bisognerà lavorare per orientare il voto verso chi porta avanti gli ideali di ALBA.
Maria Rosa Veneziano ritiene che si pensi o no alle elezioni è necessario divulgare i principi e gli ideali di ALBA.. Propone entro Natale di attuare delle iniziative nei vari centri della Martesana, una vera e propria staffetta, per parlare alla gente e far conoscere i contenuti del movimento, in quanto si deve essere di stimolo per il territorio.
Luigi Brambillaschi dice che se ALBA non si presenterà alle elezioni i suoi contenuti dovrebbero essere rappresentati da qualcun altro.
Va comunque sviluppato il nodo territoriale al quale è necessario dare uno schema organizzativo perché è molto impegnativo portarlo avanti.

Si passa ad altro argomento, previsto all’ordine del giorno, potenziale adesione del gruppo “Cittadinanza&Cambiamento” di Cassina de’ Pecchi ad ALBA.

Alessandro Patella Ritiene che essere in ALBA ampli la visione politica fornendo la possibilità di coltivare la speranza e di elaborare delle strategie fedeli ai principi a cui Cittadinanza & Cambiamento aderiscono dalle origini.
Si confronta con Luigi Brambillaschi sulla possibilità di formalizzare l’adesione ad ALBA con un annuncio in Consiglio comunale lunedì 25 giugno.
Luigi Brambillaschi conviene che sia possibile.
Di conseguenza, se tutto il gruppo sarà d’accordo,  “Cittadinanza&Cambiamento” diventerà “Cittadinanza & Cambiamento con ALBA”.

Prossimi appuntamenti

Venerdì 29 giugno 2012 per discutere di Statuto e bozza di programma.
Per le persone impossibilitate a partecipare all’incontro di venerdì si effettuerà un incontro preliminare martedì 26 giugno, Alessandro si farà  portatore all’incontro di venerdì di quanto emergerà dalla discussione di martedì
Per le persone impossibilitate a partecipare all’incontro di venerdì si effettuerà un incontro preliminare martedì 26 giugno, Alessandro si farà  portatore all’incontro di venerdì di quanto emergerà dalla discussione di martedì


giovedì 21 giugno 2012

Se la Cgil dice no allo sciopero generale - Gianni Rinaldini

il manifesto 2012.06.20 - 01 PRIMA PAGINA
RIFORMA DEL LAVORO
Se la Cgil dice no allo sciopero generale
EDITORIALE - Gianni Rinaldini

EDITORIALE - Gianni Rinaldini
Alla vigilia di un probabile voto di fiducia sul disegno di legge sul mercato del lavoro, ovvero su precarietà, art. 18 e ammortizzatori sociali, la Cgil ha deciso di considerare conclusa questa fase e cambiare pagina per favorire le iniziative unitarie fino ad arrivare a un ipotetico sciopero generale unitario in autunno dai contenuti indefiniti. È stata così cancellata la decisione del precedente comitato direttivo che aveva proclamato 16 ore di sciopero, 8 ore a livello territoriale e 8 ore per lo sciopero generale, contro il ddl sul mercato del lavoro e per riaprire la questione previdenziale.
La segreteria ha gestito quel mandato in modo tale da evitare l'apertura di un conflitto con il governo nel corso dei lavori del Senato, fino alla paradossale decisione alla vigilia dell'atto parlamentare conclusivo di mettere a disposizione le 8 ore di sciopero per le future iniziative unitarie, di cui non si conoscono i contenuti. Nel frattempo il ddl è stato ulteriormente peggiorato. Un vero e proprio ribaltamento, che svela una totale mancanza di trasparenza nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno scioperato e manifestato nel corso di queste settimane, senza che il gruppo dirigente della Cgil avesse il pudore di dire esplicitamente che stava operando in tutt'altra direzione, a partire dal comunicato della segreteria che considerava positiva la soluzione del nuovo art. 14 che cancella di fatto l'art. 18.
Per questa ragione come Coordinatore dell'area di minoranza ho annunciato la nostra non partecipazione al voto del direttivo perché non è accettabile che l'organizzazione venga gestita in violazione delle più elementari regole democratiche. Se queste erano le intenzioni, il gruppo dirigente aveva il dovere di esplicitarle convocando il direttivo in tempi utili per confermare o disdire lo sciopero generale della Cgil e non convocarlo alla vigilia dell'ultimo passaggio parlamentare. Questa deriva nella vita interna della Cgil è l'ultimo atto in ordine di tempo di una gestione dell'organizzazione sconosciuta nella mia lunga esperienza sindacale. Una gestione dove si sostituisce l'autoritarismo all'autorevolezza di un gruppo dirigente.
Vengono ridotti, in alcuni casi annullati, gli spazi democratici di confronto e di discussione con la pratica di accordi sottoscritti dalla segreteria e il pronunciamento successivo del direttivo che assume ogni volta il significato del voto di fiducia al segretario generale, pensando così di mettere a tacere la dialettica interna, che esiste nella organizzazione, e che va ben oltre il rapporto congressuale maggioranza e minoranza. La stessa consultazione delle lavoratrici e dei lavoratori, quando si realizza come sull'accordo del 28 giugno, non ha alcuna possibilità di svolgimento e verifica democratica, correndo il rischio di svilire lo strumento della democrazia.
Resta il fatto che in questi mesi il governo ha utilizzato la crisi per ridisegnare l'intero assetto sociale del nostro paese: sistema previdenziale, precarietà, art. 18 e tutela nel lavoro e ammortizzatori sociali, nell'assenza di una reale iniziativa di contrasto da parte della Cgil, a differenza di ciò che accade negli altri paesi europei. La mobilitazione cresciuta negli ultimi mesi, anche in previsione dello sciopero generale annunciato, è stata smontata in primo luogo dalla stessa Cgil, gli stessi scioperi da proclamare localmente si sono svolti soltanto in alcuni territori, isolando nella pratica l'iniziativa e la generosità dei metalmeccanici. In questo modo si è consegnato alla mediazione tra le forze politiche la definizione di questioni sociali che avranno un effetto devastante sulla condizione di lavoro e di vita di milioni di lavoratori, precari e pensionati.
I rapporti unitari, per essere ricostruiti, devono svilupparsi in assoluta chiarezza delle reciproche posizioni. Affermare che non è possibile proclamare lo sciopero generale come Cgil perché in questo modo non si favorisce la crescita dei rapporti unitari, ovviamente su altre questioni, e non su quelle che ho prima richiamato, significa associare alla subalternità alle forze politiche, la subalternità alle altre organizzazioni sindacali. Un vero capolavoro.
Infine, il documento finale del direttivo nazionale richiama l'importanza della manifestazione unitaria del 2 luglio in Campania, mentre negli stabilimenti Fiat le lavoratrici e i lavoratori iscritti alla Fiom-Cgil non vengono assunti a Pomigliano. Esiste un problema democratico non eludibile che va ben oltre l'accordo del 28 giugno 2011, e riguarda il ripristino di elementari diritti fondamentali, come il fatto che una organizzazione sindacale non può essere espulsa dagli stabilimenti.
Questo è un aspetto preliminare nel rapporto con Cisl e Uil che non può essere condizionato ad alcun altro aspetto di natura contrattuale e/o di accordi sindacali perché riguarda la democrazia nel nostro paese, e qualsiasi cedimento su questo versante assume il significato della collusione. La crisi della rappresentanza politica non è cosa diversa dalla crisi della rappresentanza sociale. Non aprire un confronto a tutto campo che abbia la valenza di un congresso straordinario temo che preluda a una deriva preoccupante della Cgil, della funzione e del ruolo delle organizzazioni sindacali. Tutto ciò avviene mentre il disagio sociale cresce paurosamente con un impasto di rabbia, frustrazione e rassegnazione che non trovano oggi alcuna rappresentanza portatrice di un segnale di speranza per il futuro. Quella che viene chiamata antipolitica fa parte dell'umore popolare di cui anche noi portiamo responsabilità. È da qui che dovrebbe partire la discussione.

mercoledì 20 giugno 2012

JABIL - Gruppo consiliare "Cittadinanza&Cambiamento"

Gruppo consiliare "Cittadinanza&Cambiamento"
INTERPELLANZA
Con cortese richiesta di risposta scritta c.a. Sindaco D’Amico
Oggetto: richiesta per azioni sul sito industriale Nokia-Siemens Jabil
Il giorno martedì 5 giugno u.s. è stato concordato un protocollo tra Comune, Provincia e Regione che ha espresso l’intenzione di mantenere, negli strumenti di programmazione urbanistica, l’attuale destinazione produttivo-industriale per l’area dello storico sito industriale, oggi di proprietà Nokia-Siemens. Questo passo, reso possibile dalla lotta indefessa messa in atto dal Presidio dei Lavoratori Jabil, se portato a compimento con la stipula delle firme, sarebbe sicuramente interessante. Ma, come abbiamo affermato molte volte dall’inizio di questa vertenza, purtroppo non sufficiente.
L’azione delle istituzioni infatti potrà risultare efficace solo quando applicheremo un principio che i lavoratori impegnati nella lotta di resistenza stanno trasmettendo: la fabbrica è un patrimonio collettivo. L’elevata competenza che ha caratterizzato la fabbrica nei decenni passati e che andava dalla ricerca, alla progettazione, alla prototipazione fino alla realizzazione in serie degli apparecchi elettronici, infatti, non è patrimonio di un marchio (peraltro mutato molteplici volte), ma di un’intera società civile che ha saputo prima di tutto preparare e sostenere i lavoratori in tutti i settori, e che ha trovato nei lavoratori persone che nella fabbrica hanno virtuosamente creato ulteriore sapere, coscienza di sé e senso di appartenenza ad una collettività, di fabbrica e sociale contemporaneamente. L’etica del lavoro, che i lavoratori esprimono ancora oggi per tramite di quel presidio di lotta è l’etica dell’adesione costruttiva, partecipativa e libera di quegli uomini e quelle donne alla società nel suo complesso, che realizza quanto prescritto dalla Costituzione, art.1 "L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". È questo sapere, questa coscienza di sé quest’etica del lavoro che si sono impressi nella produzione e nei prodotti, e ha reso la fabbrica nota nel mondo e ricca per chi ne ha detenuto la proprietà.
Per queste ragioni la società nel suo complesso e le istituzioni che la amministrano non possono chiamarsi fuori dal contendere: lo svuotamento di quell’azienda colpisce direttamente e interiormente la vita sociale. Il ragionamento si rinforza se si considera che altre realtà simili si stanno purtroppo manifestando un po’ ovunque nel nostro Paese: fatto che suggerisce quasi l’idea di una azione coordinata dei grandi gruppi industriali e che rischia di lasciare solo macerie dove prima c’era produttività. La società non può non tutelare il suo patrimonio produttivo. Anche il Comune quindi deve giocare il proprio ruolo fino in fondo.
Abbiamo perciò avanzato in passato tre proposte che, se attuate, possono perseguire questo obiettivo, e sulle quali chiediamo aggiornamenti.
  1. 1. Il Comune deve cercare di avere un ruolo nella proprietà degli immobili: bisogna impedire compravendite non finalizzate al rilancio immediato del sito produttivo. Il Comune ha inoltre sulla base della Legge 12/2005 la possibilità di ottenere la proprietà degli immobili.
  1. destini sono patrimonio collettivo, l’Amministrazione è coinvolta, e deve prendere parte nei processi.
  2. 3.
  3. 4.
Chiediamo a questa Amministrazione che passi ha già svolto in tal senso e quali ancora intenda svolgere.
  • 2. L’Amministrazione può costituirsi parte civile in tutti i processi che riguardano la vertenza e la vicenda industriale Nokia-Siemens e Jabil (e Mercatech Competence). Se l’area industriale e i suoi
  • Chiediamo che intenzioni abbia l’Amministrazione sotto questo profilo. L’Amministrazione può aiutare a realizzare eventi di tipo aggregativo e culturale nel piazzale dove da quasi un anno i lavoratori hanno attivato, organizzato e fatto vivere il Presidio. Senza questo Presidio i destini della fabbrica sarebbero già sicuri e segnati, e sarebbe impossibile questo dibattito democratico sulle basi del nostro vivere civile. L’aggregazione della cittadinanza intorno al Presidio, oltre ad essere un’espressione di forte solidarietà nei confronti dei lavoratori, rinforzerebbe la consapevolezza di tutti i cittadini sulla funzione sociale e collettiva del sito industriale, e renderebbe un domani più difficili operazioni speculative su quell’area. Chiediamo all’Amministrazione di cooperare, con l’ausilio di tutti i suoi mezzi, con il Presidio dei Lavoratori Jabil, e con tutte le forze associative, aziendali, sindacali, politiche del territorio per organizzare a metà luglio p.v. un evento per la ricorrenza del primo anno di costituzione del Presidio stesso. I lavoratori temono, come avvenuto altrove, un intervento delle Forze dell’Ordine, atto in questo caso a garantire alla Proprietà la possibilità di prelevare e portar via gli impianti tecnologici di produzione. È chiaro che questo passaggio costituirebbe il vero e proprio svuotamento del sito produttivo e sarebbe un colpo durissimo alla lotta dei lavoratori, alla speranza di ripristinare l’industria, alla ricchezza e al tessuto tecnologico del territorio. Chiediamo all’Amministrazione che informazioni ha in merito e di attivarsi con tutti i mezzi a sua disposizione per evitare un simile intervento di carattere coercitivo. Cordiali saluti.
    Per
    Cittadinanza&Cambiamento cons. Alessandro Patella

    il Ministro Fornero in Parlamento dà i numeri . Per noi va CACCIATA

    il Ministro Fornero in Parlamento dà i numeri . Per noi va CACCIATA.
    la soluzione va trovata per tutti gli ESODATI  invece il Ministro sta ancora discutendo di numeri e non di diritti.
    Abbiamo chiesto le dimissioni della Ministro e lo ribadiamo  :  per la riforma previdenziale Sbagliata e per i numeri
    nascosti ed ancora   oggi ri invetati   a solo  120.000 = 65.000 +55.000   invece sono oltre 400.000 persone da SALVAGUARDARE

    Domani  emetteremo un comunicato dei  Comitati ESODATI , MOBILITATI , CONTRIBUTORI VOLONTARI  , BANCARI
    CGIL   Sugli esodati è ricominciata la danza dei numeri. Ma la soluzione è in alto mare 
    Venerdi 22 giugno ci sarà lo sciopero generale promosso dalla CUB  USB e dai sindacati di Base. sotto
    risolvere il problema dei mobilitati ed esodati significa nei fatti modificare la legge sulle pensioni. è importante la mobilitazione

    Da: Esodati Lombardia    Come ben riassume la dichiarazione della segretaria confederale nazionale della Cgil Vera Lamonica, il cui link trovate di seguito, il Ministro sta ancora discutendo di numeri e non di diritti.
    Insistiamo, la soluzione va trovata per tutti e occorre riaprire il tema della riforma previdenziale per dare maggiore gradualità all’innalzamento dell’età pensionabile.
    Questo consentirebbe di risolvere in larga parte il problema di coloro che sono fuori dalle deroghe ma ai quali mancano pochi mesi per acquisire il diritto alla pensione con le vecchie norme.
    Vi segnaliamo inoltre altri 2 articoli pubblicati su Rassegna.it di cui vi riportiamo i link e degli articoli comparsi sui giornali di oggi che vi alleghiamo.
    Distinti saluti    Cgil Lombardia
     Sugli esodati è ricominciata la danza dei numeri. Ma la soluzione è in alto mare
    http://www.cgil.it/dettagliodocumento.aspx?ID=19326

    Esodati, il giorno della verità?
    http://www.rassegna.it/articoli/2012/06/19/88894/esodati-il-giorno-della-verita


    22 giugno sciopero generale    manifestazioni a Milano e Roma
    Il sindacalismo di base ha indetto lo sciopero generale per contrastare le politiche sociali e economiche del governo Monti (sostenuto da PD, PdL, Terzo polo) che scarica sui ceti popolari la crisi del sistema capitalistico attraverso l’introduzione dell’IMU; l’attacco al diritto alla salute con i tikets (9milioni di Italiani hanno rinunciato a curarsi perché non hanno soldi ) e alla pensione; l’aumento delle tasse e dell’Iva e l’insopportabile carico fiscale  sui lavoratori e con la cosiddetta riforma del lavoro.
    La riforma del lavoro in discussione alla Camera prevede i licenziamenti senza giusta causa con le modifiche all’art.18, penalizza i precari con misure che aumentano la precarietà lavorativa; riduce la possibilità di ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria e sostituisce la mobilità con l’indennità di disoccupazione per un periodo più breve.
    Inoltre centinaia di migliaia di lavoratori restano senza pensione e mobilità per l’innalzamento dell’età pensionistica.
    Le organizzazioni sindacali Cgil, Cisl, Uil, Ugl, stanno accompagnando tutti i processi di devastazione del welfare e dei diritti conquistati dal movimento dei lavoratori.
    Le misure di politica sociale ed economica attuate sono la prima concretizzazione di un progetto che si svilupperà nei prossimi anni.
    C’è perciò la necessità di battersi per contrastare e impedire il completamento di tale progetto che se dovesse avere la possibilità di proseguire scaricherebbe 50 miliardi all’anno di tagli e/o imposte sui lavoratori.
    22 giugno sciopero generale
    Milano ore 9,30 L.go Cairoli
    Roma ore 9,00 P.zza della Repubblica
    In questi anni è stato il sindacato di base a lottare per il diritto al lavoro, la difesa del potere di acquisto con l’aumento automatico  delle retribuzioni e delle pensioni agli aumenti dei prezzi e l’eguaglianza di diritti per tutti indipendentemente dalla provenienza e dalla religione.
    Se non vuoi continuare a subire, è necessaria la tua partecipazione alle lotte e all’organizzazione del sindacato di base.
    giugno 2012
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    CGIL Sugli esodati è ricominciata la danza dei numeri. Ma la soluzione è in alto mare 
    La CGIL commenta l'intervento di oggi (19 giugno) in Parlamento del ministro Fornero. Siamo di nuovo alla danza dei numeri degli esodati, ma non si chiariscono ancora i criteri. Si parla genericamente di un sondaggio che non si capisce perché non si è fatto finora
    » ASCOLTA: Esodati: ultima chiamata per la Fornero 
     19/06/2012 Condividi su:   
     “Ricomincia la danza dei numeri, ma per la soluzione del problema siamo ancora in alto mare”. Lo dice Vera Lamonica, segretaria confederale della Cgil commentando l'intervento del ministro Fornero in Parlamento.
    “Il ministro – prosegue Lamonica – ora parla di 55 mila persone ed annuncia un censimento che non si capisce quando si farà e soprattutto perché non è stato fatto finora. Non si inverte però la logica che ci ha condotti fino a qui, facendo chiarezza sui criteri che devono presiedere ad ogni ricognizione numerica”.
    “Non ci sono lavoratori che 'meritano' di essere salvaguardati – incalza la dirigente della Cgil – mentre altri evidentemente no, ma una certezza del diritto che va ricostruita riparando così all'errore, ora riconosciuto, di una riforma senza gradualità e senza flessibilità”.
    “Prendiamo atto - afferma Lamonica - che si dice di volere un confronto con le parti sociali: il ministro non ha che da convocarlo, come da tempo stiamo ogni giorno chiedendo:
    Ribadiamo che la soluzione va trovata per tutti, senza nuove tagliole con le quali ancora una volta il ministro costruisce i suoi numeri, e che deve essere una soluzione previdenziale”.
    “Non si propongano cose improbabili quali i lavori di pubblica utilità – conclude la dirigente della Cgil – il ministro è bene che si informi sul fatto che in giro per l'Italia ne abbiamo alcune decine di migliaia, e che la disoccupazione è tale da non consentire certo ulteriori guerre tra poveri”.
    Fornero in Senato: "Non sono 400mila, dall'Inps dati fuorvianti". ???
    Ipotesi deroga riforma delle pensioni, trattamento di disoccupazione o lavori di pubblica utilità. "Confronto con le parti sociali". La Cgil la boccia: "Siamo ancora in alto mare"          da rassegna.it
    Il governo "riconosce" altri 55mila esodati e si impegna a salvaguardarli, oltre ai 65mila già inclusi nel decreto. Siamo però ancora lontani dalla platea complessiva. Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ha riferito oggi (19 giugno) in Senato proprio sulla questione.
    La cifra di 400mila esodati, contenuta nella relazione dell'Inps diffusa dalla stampa, "non è il numero da salvaguardare". Così la titolare del dicastero nel suo intervento. A suo giudizio, sono 60mila i lavoratori che hanno maturato i requisiti nel 2011 e quindi andranno in pensione nel 2012. La nuova platea è composta invece a 55mila persone, di cui 40mila in mobilità.
    Fornero ha respinto le accuse sulle cifre reali dei lavoratori rimasti senza stipendio né pensione, a causa della riforma previdenziale del governo Monti. "Respingo con forza ogni insinuazione sul fatto che io abbia fornito cifre non vere, o che io abbia inteso sottrarre dati alla pubblica conoscenza", queste le sue parole. "Rivendico chiarezza e trasparenza volta a risolvere subito i problemi nel rispetto di stringenti vincoli finanziari".
    La tabella dell'Inps "ha impropriamente alimentato la polemica dei giorni scorsi". Una tabella - secondo il ministro - "parziale e fuorviante" e che si presta a "facili strumentalizzazioni".
    Un'ipotesi sul tavolo è una deroga alla riforma delle pensioni. "Deroga alla nuova disciplina pensionistica", specifica Fornero, ma "oneri e coperture dovranno essere attentamente vagliati". Inoltre l'esecutivo potrebbe estendere il trattamento di disoccupazione oppure pensare alla partecipazione a lavori di pubblica utilità.
    Ci sono "ipotesi", ha concluso, sulle quali "il governo vuole confrontarsi con le parti sociali e il Parlamento". Elsa Fornero ha proposto anche l'istituzione di "una sede permanente di monitoraggio" proprio su questo problema.
    Ma gli esodati sono almeno 370mila, secondo un'indagine diffusa stamani dai Consulenti del lavoro. Nel 2011, afferma lo studio, oltre un milione e mezzo di lavoratori è finito in cassa integrazione e mobilità. Per individuare il numero degli interessati si deve applicare il tasso di uscita incentivata (ovvero l'anticipo del raggiungimento dei requisiti per la pensione) che nel settore industria è il 14% di coloro che hanno beneficiato degli ammortizzatori.
    A questi vanno aggiunti poi i lavoratori nati dopo il 1946 autorizzati alla prosecuzione volontaria e con un ultimo versamento contributivo versato prima del 6 dicembre 2011 (circa 133mila soggetti). Tirando le somme, appunto, la matematica non lascia scampo: sono circa 370mila gli esodati.
    La Cgil boccia l'intervento di Fornero in Senato. "Ricomincia la danza dei numeri, ma per la soluzione del problema siamo ancora in alto mare". Lo dice Vera Lamonica, segretaria confederale di Corso Italia.
    "Il ministro – aggiunge – ora parla di 55mila persone ed annuncia un censimento, che non si capisce quando si farà e soprattutto perché non è stato fatto finora. Non si inverte però la logica che ci ha condotti fino a qui, facendo chiarezza sui criteri che devono presiedere ad ogni ricognizione numerica".
    "Non ci sono lavoratori che 'meritano' di essere salvaguardati mentre altri evidentemente no, ma una certezza del diritto che va ricostruita riparando così all'errore, ora riconosciuto, di una riforma senza gradualità e senza flessibilità".
    Il sindacato prende atto del confronto con le parti sociali, annunciato da Fornero. "Il ministro non ha che da convocarlo - spiega Lamonica -, come da tempo stiamo ogni giorno chiedendo: ribadiamo che la soluzione va trovata per tutti, senza nuove tagliole con le quali ancora una volta il ministro costruisce i suoi numeri, e che deve essere una soluzione previdenziale. Non si propongano cose improbabili quali i lavori di pubblica utilità – conclude la dirigente della Cgil – il ministro è bene che si informi sul fatto che in giro per l'Italia ne abbiamo alcune decine di migliaia, e che la disoccupazione è tale da non consentire certo ulteriori guerre tra poveri".

    Gli esodati sono almeno 370mila.
    Lo afferma un'indagine dei Consulenti del lavoro che mette ordine nei diversi numeri circolati in questi giorni. Una stima che arriva poche ore prima della relazione che il ministro Elsa Fornero terrà oggi alle 16.30 in Senato.
    Nel 2011, afferma lo studio dei Consulenti del lavoro, oltre un milione e mezzo di lavoratori è finito in cassa integrazione e mobilità. Per individuare il numero degli interessati si deve applicare il tasso di uscita incentivata (ovvero l'anticipo del raggiungimento dei requisiti per la pensione) che nel settore industria è il 14% di coloro che hanno beneficiato degli ammortizzatori. A questi vanno aggiunti poi i lavoratori nati dopo il 1946 autorizzati alla prosecuzione volontaria e con un ultimo versamento contributivo versato prima del 6 dicembre 2011 (circa 133mila soggetti). Tirando le somme, appunto, la matematica non lascia scampo: sono circa 370mila gli esodati.
    Dunque, "se è vero - sottolinea Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro - che in 65mila sono stati salvaguardati dal decreto del governo, ne restano almeno altri trecentomila che in virtù della normativa vigente si ritroveranno presto 'esodati' in attesa della pensione senza aspettare le nuove regole previste dal dicastero guidato da Elsa Fornero". Una situazione che non lascia margini interpretativi ma che impone interventi immediati del governo".
    Nuovi allarmi arrivano durante le audizioni delle parti sociali in Commissione Lavoro alla Camera.
    Ci sono gli agricoltori che rischiano di rimanere senza pensione, lavoro e addirittura senza azienda dopo aver aderito alle misure comunitarie per favorire l'ingresso in agricoltura dei giovani attraverso il prepensionamento, ha denunciato la Coldiretti. L'Abi sottolinea che sono 20mila gli esodati nelle banche, numero coperto in minima parte dai 17.210 salvaguardati previsti dal decreto del 2 giugno per i settori dotati di fondi di solidarietà.
    Per questo si tengono oggi in tutta Italia sit-in dei lavoratori bancari. “Il governo e il ministro – spiega un comunicato sindacale – hanno il dovere dare una soluzione alla drammatica situazione in cui si vengono a trovare tutti i lavoratori esodati che rimangono senza salario o senza pensione”. A Roma il presidio si terrà di fronte al ministero del Lavoro, con la partecipazione dei segretari generali dei bancari di Cisl (Gallo), Cgil (Megale) e Fabi (Sileoni); a Napoli sarà presente il segretario generale Uilca (Masi).

    ATDAL OVER40
    Lettera aperta al presidente dell’inps Mastrapasqua.
    Seguiamo da mesi l’infinita querelle sul numero reale degli “esodati”.
    Un tema avvincente che coinvolge il sistema mediatico e che la maggior parte degli “esodati”, dei mobilitati ma anche quella grande massa di disoccupati over50, privi di qualsiasi tutela, segue con un misto di rabbia e di pena per l’insipienza, mista a spocchia, dei grandi tecnici prestati alla politica.
    Rabbia e pena nei confronti di chi, autoproclamatisi superesperti e portatori di ricette capaci di risolvere i problemi del paese, hanno avviato da mesi una strategia che ha come elemento portante il massacro programmato di ampi strati della popolazione.
    Non crediamo di dover spendere parole sulla rabbia di chi si è visto spostare in avanti di svariati anni il traguardo della pensione o di chi, peggio ancora, privato da anni di una occupazione, non dispone di uno straccio di sostegno pubblico come avviene nella stragrande maggioranza dei paesi europei.
    Appare invece penoso il gioco del lotto sui numeri di coloro che sono stati ancora una volta penalizzati dall’ennesima riforma previdenziale, gioco che si sviluppa sulla pelle di centinaia di migliaia di cittadini.
    Stanchi di essere presi per i fondelli, crediamo sia ora di parlare chiaro.
    L’INPS, Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, dispone di tutte le informazioni necessarie a chiarire ogni possibile dubbio. Potremmo dire che l’INPS conosce vita, morte e miracoli, della stragrande maggioranza dei cittadini italiani in età lavorativa.
    L’INPS ha investito negli anni decine di miliardi per dotarsi di imponenti sistemi informativi, di computer di altissimo livello, all’interno dei quali sono regolarmente archiviate le situazioni di tutti i cittadini in età lavorativa.
    L’INPS sa chi sta lavorando e versa dei contributi, chi versa contributi volontari, chi passa da una cassa previdenziale ad un’altra, chi si trova in cassa integrazione o in mobilità, chi usufruisce e per quanto tempo di una indennità di disoccupazione, chi ha aperto o chiuso una Partita IVA e, soprattutto, chi ha interrotto il versamento dei contributi e, si può desumere, abbia quindi perso il lavoro.
    Possiamo dire che l’INPS, molto più dell’ISTAT, dispone di informazioni reali sul numero dei disoccupati nel nostro paese ed in particolare di quei disoccupati in età matura dei quali l’ISTAT sembra non essere in grado di fornire dati attendibili.
    A scanso di equivoci anticipiamo l’obiezione scontata dei soliti pierini: “non è detto che chi ha interrotto il versamento dei contributi sia realmente disoccupato perché potrebbe lavorare in nero”.
    Ammesso che possa esistere una percentuale di persone che lavorano in nero rispondiamo ai pierini che un over50-55 che interrompe i versamenti contributivi a pochi anni dal raggiungimento del monte previsto per la pensione e decide di lavorare in nero, o soffre di una patologia autolesionista oppure, si è trovato costretto ad accettare di lavorare in nero per poter sopravvivere visto che lo Stato se ne fotte della sua condizione.
    Analogo discorso va esteso alle Partite Iva, non a caso proliferate negli ultimi anni, i cui possessori sono automaticamente classificati come “autonomi” professionisti benestanti.
    Anche in questo caso l’INPS dispone di tutte le informazioni relative al reddito di questi soggetti ed è in grado di sapere quanti siano effettivamente ricchi imprenditori e quanti invece, costretti ad aprire una Partita Iva per poter ambire ad un lavoro super sfruttato e sottopagato, grazie alle norme sui contratti flessibili, che nulla ha di autonomo e molto ha di lavoro dipendente mascherato ad uso e consumo degli interessi degli imprenditori.
    Infine, INPS è in grado di sapere quanti di questi “autonomi” sono rimasti senza reddito e senza pensione con la truffa della Gestione Separata obbligatoria.
    Se tutto questo è vero, come è vero, perché appare così difficile riuscire ad rendere pubbliche queste informazioni fondamentali per far comprendere la realtà del paese ?
    La motivazione è di natura strettamente politica ed è più che evidente che alla politica, al Parlamento, al Ministro del Lavoro, non può piacere l’idea che quei dati vengono esplicitati.
    Come potrebbero infatti spiegare che il dato ufficiale sulla disoccupazione è molto più consistente di quello comunicato trimestralmente dall’ISTAT ?
    Come potrebbero accettare il fatto che i disoccupati maturi privi di reddito, sommati agli “esodati” e ai “mobilitati”, porterebbero la cifra globale dei diseredati in questo paese molto vicina al milione di unità ?
    E come potrebbero accettare che si venisse a sapere quanti giovani e meno giovani lavorano con contratti e salari talmente vergognosi al punto che considerarli occupati appare quanto meno un insulto all’intelligenza ?
    Per anni ci hanno raccontato favole sulle ricette per salvare il paese, il lavoro e l’occupazione.
    Per anni ci hanno propinato provvedimenti legislativi che hanno penalizzato ed eliminato pensionandi a pochi anni dalla pensione, che hanno creato generazioni di giovani precari e senza futuro.
    Per anni ci hanno parlato della necessità di un sistema di welfare universale di cui non si è vista traccia.
    Come potrebbero oggi accettare che, dati reali a disposizione del paese, si chiedesse loro conto di quanto di colpevolmente sbagliato hanno fatto in tutti questi anni ?
     ATDAL OVER40